Con un paniere attuale di 26 prodotti tipici - dai funghi spontanei ai salumi, dai dolci tradizionali alle erbe officinali - e una rete che coinvolge circa 300 imprese locali secondo gli elenchi ufficiali del sito istituzionale, il marchio si presenta come uno strumento capace di ordinare e rendere leggibile un universo di piccole eccellenze che rischierebbero altrimenti di restare sommerse. Le prospettive di crescita riguardano non soltanto l’ampliamento del numero di aziende aderenti o la tutela dei prodotti già presenti, ma anche la possibilità, prevista dal regolamento stesso, di introdurre nuove specialità nel paniere. Pur senza annunci formali, non è difficile immaginare che il prossimo aggiornamento significativo possa avvenire entro il 2026, quando una nuova referenza - frutto di un percorso di selezione attento, fondato su tipicità, radicamento territoriale e continuità di produzione - potrebbe trovare spazio accanto alle eccellenze già riconosciute. Questa apertura non è un semplice esercizio di ampliamento, bensì il segnale di un sistema che vuole restare fedele alle sue radici senza rinunciare a dialogare con un mercato in rapida evoluzione.
Una delle direzioni più interessanti di questo dialogo riguarda il tema delle filiere corte, sempre più centrali nel comportamento dei consumatori contemporanei, che cercano prodotti vicini, trasparenti e riconoscibili, sia per ragioni ambientali sia per un desiderio crescente di autenticità. Il marchio può funzionare come una sorta di “cerniera” tra produttore e acquirente, perché definisce standard comuni, rende visibile l’origine e accorcia la distanza, fisica e simbolica, tra chi lavora la terra o trasforma materia prima locale e chi porta quel prodotto in tavola. Non si tratta soltanto di ridurre gli intermediari, ma di costruire un racconto condiviso in cui il territorio torna a essere protagonista, mentre il consumatore assume un ruolo più consapevole e partecipe.
Tuttavia, lo scenario non è privo di ostacoli. Il mercato agroalimentare vive oggi una condizione di sovrabbondanza di certificazioni, bollini e sigilli che, pur nati con l’intento di rassicurare, rischiano di generare confusione.
Se il contesto locale richiede attenzione, quello internazionale offre invece opportunità sempre più interessanti. L’export agroalimentare italiano ha toccato nel 2025 nuovi livelli record, superando i 70 miliardi di euro secondo le analisi riportate da Italian Food News (2025), confermando l’attrattività del Made in Italy autentico sui mercati esteri. In questo scenario, prodotti garantiti da un marchio territoriale possono beneficiare di una narrazione più completa, perché al valore gastronomico si sommano storia, provenienza, metodo produttivo e legame culturale.
È in questa convergenza - tra tradizione e innovazione, filiere corte e mercati globali, identità locale e linguaggi digitali - che si gioca la partita decisiva dei sapori modenesi. Se saprà restare riconoscibile senza diventare rigido, inclusivo senza perdere rigore, il progetto “Tradizione e Sapori di Modena” potrà dimostrare che la qualità non è soltanto un’eredità da difendere, ma una scelta quotidiana da costruire. Un patto tra territorio, imprese e consumatori, capace di trasformare la tradizione in una strategia condivisa, e non in una nostalgia.
Per informazioni aggiornate su prodotti, aziende aderenti e modalità di ingresso al marchio www.tradizionesaporimodena.it
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