Di Giuseppe si può dire senza esitazione che sia un giornalista vero, che può piacere o meno, ma che non lascia mai indifferenti, ma che fosse anche un bravo scrittore lo ha rivelato pienamente con questo suo ultimo lavoro, Elogio della Tracotanza.
In Elogio della Tracotanza, Leonelli immagina di intraprendere un viaggio, anzi il viaggio, quello che ognuno di noi, prima o poi, è chiamato a compiere. Lo fa — per citare a metà il nostro sommo poeta — “nel mezzo del cammin di nostra vita”, con la consapevolezza che solo l’esperienza può insegnare cosa vale la pena portare con sé e cosa, invece, è giusto lasciare indietro. È un viaggio di scoperta e di liberazione: di ciò che ci rafforza, di ciò che ci spaventa ma che abbiamo imparato a guardare negli occhi e, infine, ad accettare come parte di noi.
Conoscendo Giuseppe, non mi ha stupito la sua scelta — generosa e coraggiosa — di mettersi a nudo, di svelarsi, per donare ai lettori la sua personale risposta alle fragilità che ciascuno di noi porta dentro di sé. La sua è una sfida alle convenzioni, al potere, perfino a Dio: un invito a superare i limiti imposti, a rivendicare con “tracotanza” il diritto di definire se stessi, di scoprire il proprio io liberandolo dalle incrostazioni del tempo e dai troppi “non si può”.
Alcune fragilità che emergono nel libro sono intime, profondamente individuali; altre appartengono alla collettività, e ognuno è chiamato a interpretarle a modo proprio. Mettersi a nudo, come fa Giuseppe, significa esporsi, ma anche compiere un atto di fiducia: mostrare la parte più vulnerabile di sé per scoprire che le fragilità, condivise, smettono di essere un limite e possono diventare una forza comune. Con questo testo credo che Giuseppe abbia trovato davvero gli strumenti per affrontare il viaggio della sua vita — magari a bordo del suo Maggiolone, con meta un trabocco o l’isola di Ortigia simbolo di approdo e rinascita.
Cinzia Franchini

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