Modena, Policlinico una storia travagliata e una valanga di soldi pubblici spesi
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Modena, Policlinico una storia travagliata e una valanga di soldi pubblici spesi

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L'adeguamento sismico del Policlinico, in corso ormai da un decennio, è stato inserito anche nel PNRR e nell’aprile scorso è stato presentato un preventivo di spesa per ulteriori venti milioni di euro


Modena, Policlinico una storia travagliata e una valanga di soldi pubblici spesi
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Presso il complesso museale San Paolo di Modena è in corso di svolgimento la mostra fotografica Policlinico di Modena 1963-2023, che illustra, attraverso pannelli fotografici e tematici, la complessa e travagliata storia del più importante nosocomio modenese, di cui ricorrono nel 2023 i sessanta anni dalla sua inaugurazione.

Quando l’Ospedale Clinico di Modena, come allora veniva chiamato, aprì i battenti nel 1963 poteva disporre di ben 1.536 posti letto; con l’inaugurazione nel 2005 del nuovo Ospedale di Baggiovara, i posti letto disponibili nella struttura di Via del Pozzo si sono ridotti a 634, benchè i reparti siano aumentati da 15 a 44, in ragione di una sempre più accentuata specializzazione nella ricerca clinica e nella cura.
La necessità di un nuovo ospedale civile modenese si era manifestata all’inizio degli anni ‘30, non essendo più in grado il Sant'Agostino, collocato nel centro storico, di fare fronte alla crescita degli abitanti e di adeguarsi ai moderni requisiti di trattamento e cura dei malati.

La prima pietra del Grande Spedale degli Infermi estense era stata posata nel 1753 e nel 1758 l’edificio poteva dirsi completato, sebbene l’inaugurazione fosse avvenuta tre anni dopo, nel 1761. Se al tempo dei Duchi un ospedale, pure di ragguardevoli dimensioni per l’epoca, poteva essere completato in soli otto anni, per arrivare al taglio del nastro del Policlinico modenese ne occorsero ben trenta.

Il progetto di una nuova, grande struttura ospedaliera al servizio della città di Modena e dei comuni circostanti s’inseriva nella forte spinta interventista dello stato in campo sanitario e assistenziale. Il regime fascista in quegli anni istituì piani regolatori ospedalieri e adottò linee-guida per la costruzione di nuove strutture, oltre a intervenire finanziariamente per sostenere le nuove opere. Parallelamente vennero riformate le strutture locali che si occupavano di assistenza, unificandole e rendendole più efficienti e funzionali.

Nel 1937 le Congregazioni di Carità vennero definitivamente accorpate negli Enti comunali di assistenza (ECA), che assorbirono tutte le funzioni locali in campo sanitario e assistenziale.

Il bando per un nuovo ospedale venne promosso nel 1933 dalla Congregazione di carità del Comune di Modena. Entro il termine del 30 novembre 1933 erano stati presentati 29 progetti, ciascuno dei quali doveva anche recare un motto. La Commissione di concorso, presieduta dall’avvocato Umberto Monari, presidente della Congregazione di Carità, era composta dai professori Ruggero Balli, rettore dell’Univesità di Modena e Piero Galli, direttore dell’Ospedale di Trieste, dagli ingegneri Gino Steffanon, specialista in costruzioni ospedaliere e Giuseppe Stellingwerff, rappresentante del sindacato nazionale fascista Ingegneri.

Ad aggiudicarsi la gara fu l’architetto Ettore Rossi (Fano 1894 – Modena 1968), che, assecondando le voci che lo indicavano tra i favoriti del regime, aveva prescelto per il suo progetto uno dei motti prediletti dal Duce: Se avanzo seguitemi.

La struttura a “monoblocco” di derivazione americana presentata da Rossi convinse la Commissione di concorso perché all'epoca si presentava come più funzionale e soprattutto economica rispetto a quella a “padiglioni” separati fino allora imperante, che necessitava di spazi più ampi e comportava di conseguenza costi gestionali maggiori.

Al di là delle sue aderenze politiche, Rossi si era già messo in luce come uno dei professionisti più validi soprattutto nel campo dell’edilizia ospedaliera, e nel corso degli anni ’30, periodo di grande fervore urbanistico e architettonico, si affermò come uno degli esponenti più accreditati della nouvelle vague razionalista italiana, tanto da essere chiamato a fare parte del gruppo incaricato di studiare il piano regolatore dell’Esposizione universale di Roma del 1942.



Commissario del Coni e della FGCI durante la RSI, Rossi ripresedi gran lena l’attività professionale nel secondo dopoguerra progettando numerose altre strutture sanitarie, soprattutto ospedali a “monoblocco” con andamento verticale, secondo un modello progettuale che per primo aveva importato in Italia. Oltre al nosocomio modenese, che rimase forse la sua realizzazione più importante, mise la sua firma su almeno una ventina di altre strutture sanitarie della penisola, tra le quali si possono ricordare quelle di Alessandria, Foggia, Venezia, Vercelli e Verona.

Anche al tempo, tutto si poteva dire, e anche lodare del progetto vincitore di Rossi, fuorchè che fosse attraente. Era difficile trovare un ordine estetico a quell’insieme di parallelepipedi di cemento alti sette piani e affiancati l’uno all’altro in un ordine apparentemente casuale. Sulla rivista dell’ordine degli architetti, Marcello Piacentini, nume tutelare del razionalismo italiano, lamentò sommessamente che nella commissione esaminatrice non fosse stato presente neppure un architetto.
Del resto, lo stesso autore del progetto, nel presentare l’elaborato alla commissione, aveva sottolineato che la “forma” era stata volutamente trascurata per favorire la massima funzionalità: Durante lo studio pochissima considerazione si è voluta dare alla apparenza esteriore ed ai motivi decorativi. […] Ciò che conta è curare e guarire gli ammalati. Curare e guarire nel più breve tempo possibile per ragioni economiche e per lasciare posto agli altri che vogliono entrare.

L'elaborato vittorioso ebbe subito vita travagliata; Rossi dovette apportare alcune sostanziose modifiche e solo nel luglio del 1938 venne definitivamente approvato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Gli scavi ebbero inizio nel 1940 nella prescelta area di oltre 150 mila metri quadrati sulla via Emilia Est, nei pressi della chiesa di San Lazzaro, ma già nel 1941 dovettero arrestarsi a causa della guerra.

Nel 1950 i lavori finalmente ripresero ma occorsero altri tredici anni perché l’intera, enorme, struttura, venisse completata. E come spesso accade per le opere che hanno avuto una gestazione troppo lunga, anche il Policlinico modenese già dopo un decennio dalla sua inaugurazione appariva per molti aspetti concettuali, ma anche edilizi, impiantistici e di sicurezza, già superato.

Negli anni '80, quando ormai gli ospedali 'monoblocco' in cemento armato avevano ormai fatto il loro tempo e le nuove strutture, d'impianto modulare, prediligevano l'estensione orizzontale, presero avvio importanti e molto costosi lavori di rifacimento e e di adeguamento, di cui non si vede ancora la fine. A distanza di sessant'anni dalla sua inaugurazione, il Policlinico appare visivamente come un enorme patchwork, un cantiere in costante divenire in cui alle superstiti strutture originali si aggiungono via via nuove 'pezze', probabilmente funzionali ma che danno all'insieme un aspetto piuttosto incoerente. L'adeguamento sismico del Policlinico, in corso ormai da un decennio, è stato inserito anche nel PNRR e nell’aprile scorso è stato presentato un preventivo di spesa per ulteriori venti milioni di euro.

E’ legittimo pensare che se una trentina d'anni fa l’intera area del Policlinico, di gran pregio urbanistico, fosse stata per intero alienata, con il ricavato si sarebbe potuto costruire ex novo, chiavi in mano, un nuovo ospedale più moderno, flessibile e funzionale in un'area a nord della città, da affiancare a quello di Baggiovara collocato a sud. A conti fatti sarebbe senz'altro costato di meno dell'infinita revisione dell'attuale struttura.

Giovanni Fantozzi

Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi
Giovanni Fantozzi, giornalista e storico. Si occupa della storia modenese e in particolare del periodo della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni:
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