La Rete di distribuzione di carburanti italiana conta oltre 21.000 punti vendita – di cui 250 solo sul territorio modenese - e un erogato medio di 1.345 mila litri, al di sotto della media europea.
A questa polverizzazione della rete corrisponde una dispersione del valore dei loghi (circa130 marchi), di proprietà per il 50% dell’industria petrolifera e il restante privato. L'industria petrolifera poi, da qualche tempo ha iniziato l’abbandono progressivo del mercato con chiusure e cessioni di pacchetti (caso ESSO); mettendo in ulteriore difficoltà un comparto su cui grava sempre più il peso crescente della Grande Distribuzione Organizzata (es. Coop e Conad),, fuori dal quadro delle relazioni di settore.
A completare un quadro già molto complicato ed in forte indotta trasformazione si aggiunge inoltre l'indice di anzianità degli impianti con più di 40 anni di vita (il 40% della rete), una concorrenza selvaggia e un’illegalità diffusa che incide per oltre il 10% del fatturato di settore (circa 4 miliardi l’anno).
Oggi la rete distributiva italiana assicura, oltre la mobilità del Paese, con particolare riguardo al trasporto su gomma (l’80% della mobilità), il lavoro ancora a migliaia di piccoli imprenditori (oltre 100 mila occupati).
Problemi, criticità e prospettive oggi al centro del
“Oggi il sistema della distribuzioe di carburanti rischia di entrare ancora di più in crisi' – spiega Franco Giberti. 'Siamo di fronte ad una forte diminuzione dei consumi, di una riduzione delle marginalità che implica improduttività e incapacità di investimento. Una rete in cui si è diffusa l’illegalità, sia in termini di quantitativi dei prodotti introdotti in evasione di iva ed accise, che qualitativi (gasolio tagliato con oli combustibili esenti da imposte di fabbricazione), ma pure di regole di sistema. Con effetti negativi su prezzi e ricavi delle imprese, incremento della concorrenza sleale e del dumping contrattuale, e una contrazione della redditività che si riflette su mancati investimenti, pure per prodotti innovativi meno inquinanti.”
E' sul fronte della contrattazione per il personale attivo nel settore, e della remunerazione dei gestori (regolata dalle leggi dello Stato (D.Lgs. 32/98; L. 57/2001; L.27/2012) che emerge un altro aspetto critico.
Mentre le grandi compagnie stanno nelle regole, l’altro 50% evade la normativa, facendo dumping contrattuale, ed abusando - secondo Faib - della posizione economicamente dominante, imponendo contratti da schiavitù.
“In certe situazioni – afferma Martino Landi - siamo già al caporalato petrolifero.
Poi c'è il capitolo della cosiddetta moneta elettronica. I costi in questo caso - lamenta Faib - non possono gravare sui gestori carburanti in quanto percentualmente molto più penalizzati che gli operatori di altri settori.



