”Cari parlamentari – hanno scritto gli attivisti Dem – vi abbiamo votato perchè abbiamo creduto nel progetto politico (ma quale?) ma voi non vi fate più vedere sul territorio. Dove siete finiti? E non giustificatevi prendendo a pretetso il Coronavirus. E non fatevi vedere solo quando ci saranno le elezioni perchè ci saranno sempre meno persone ad ascoltarvi, mentre la partecipazione dal basso è invece indispensabile”.
Nella lettera non si fanno ovviamente i nomi degli 'indiziati' ma si fa presto a capire che si tratta dell'onorevole Piero Fassino e della Lorenzin, uno torinese e l'altra romana, residenti il primo a Torino e la seconda a Roma, 'imposti' dalla segreteria nazionale del Pd (allora diretta da Renzi) nei collegi 'sicuri' di Modena dove c'era la certezza della loro elezione. Come è puntualmente avvenuto.
Gli iscritti non ne fanno cenno ma resta ancora aperta la ferita nella base modenese del Pd per questa imposizione 'padronale' e il rincrescimento che per imporre dall'alto queste due candidature vennero allora sacrificati l'onorevole Baruffi e il senatore Vaccari che infatti rimasero senza più il posto in parlamento. In loro soccorso intervenne successivamente il partito perchè il senatore Vaccari venne ripescato da Zingaretti che lo chiamò a Roma nella sede della segreteria nazionale mentre Baruffi, ex sindaco di Soliera, è stato chiamato dal presidente Bonaccini come suo principale collaboratore in Regione.
Resta tuttavia questa 'usanza' odiosa e maldigerita che si trascina da sempre, sin dal dopoguerra, di 'imporre' da Roma il nome di qualche dirigente nei collegi modenesi di Camera e Senato considerati collegi sicuri. Basti ricordare i nomi di dirigenti nazionali come quelli di Arturo Colombi e di Tullio Vecchietti, per giungere addirittura alla elezione di un deputato Verde, Sauro Turroni, che abitava in Romagna, che allora era un fedele alleato del Pci.
La base dell'ex Pci è sempre stata costretta per disciplina di partito ad accettare queste imposizioni a scapito di dirigenti o attivisti modenesi che si aspettavano una loro candidatura per il lavoro svolto o per la cariche ricoperte negli enti locali ma che, seppure a
La protesta attuale della base del Pd modenese è tuttavia il sintomo che questo malessere esiste tuttora e che dal vertice romano del partito scende fino alla periferia, con gli iscritti che si sentono in un qualche modo defraudati del loro lavoro di attivisti, costretti alla fine a dare spazio ad altri che conoscono poco o niente della realtà modenese, come nel caso attuale di Fassino e della Lorenzin.
A questo proposito vi è stata di recente una inattesa coraggiosa presa di posizione di un dirigente del Circolo Pd di Albareto, Franco del Carlo, dirigente storico del Pci, che è stato a suo tempo consigliere comunale e anche assessore al Comune di Modena, che ha addirittura proposto che i parlamentari del suo partito si tassino per il periodo della pandemia costituendo un fondo a favore dei disoccupati, dei cassintegrati, dei bisognosi, per solidarietà “ma anche per fare in modo – ha scritto - che il partito si rimetta in sintonia col Paese”.
Non si hanno notizie se la sua encomiabile coraggiosa proposta sia stata presa in considerazione dal Pd modenese ma, soprattutto, dalla direzione
Cesare Pradella




