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Superbonus 'scempio', riarmo 'dovere': la doppia morale del Governo Meloni

Superbonus 'scempio', riarmo 'dovere': la doppia morale del Governo Meloni

Rigore solo per i cittadini


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Quando il Governo guidato da Giorgia Meloni parla di conti pubblici, usa due registri opposti. Uno severo, punitivo, quasi moralistico, riservato alle politiche economiche interne. L’altro indulgente, assertivo, privo di dubbi, quando si tratta di guerra e riarmo. È una doppia morale che emerge con chiarezza confrontando Superbonus 110%, aiuti all’Ucraina e nuovo impegno NATO.Sul Superbonus, la linea dell’esecutivo è stata netta fin dall’inizio. Il presidente del Consiglio lo ha definito più volte una misura “costata oltre 100 miliardi senza criterio”, parlando di “danno enorme ai conti pubblici” e di “irresponsabilità politica”. Il ministro dell’Economia ha ribadito che “quelle risorse non c’erano” e che lo Stato “non può permettersi simili regali fiscali”. I numeri, del resto, sono noti: le detrazioni maturate superano i 128 miliardi di euro. Una spesa reale, già contabilizzata, che il Governo ha trasformato nel simbolo del “prima” da cancellare. Cantieri, occupazione, riqualificazione energetica? Tutto passa in secondo piano rispetto alla narrazione del disastro.
Poi però si passa all’Ucraina, e il tono cambia radicalmente. Nel marzo 2023, parlando alla Camera, Meloni ha rivendicato che “il sostegno dell’Italia all’Ucraina non è mai stato messo in discussione” e che “non ci sono tentennamenti quando sono in gioco libertà e alleanze”.
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Una posizione ribadita più volte: gli aiuti militari sono “un dovere politico e morale”. Dal 2022, l’Italia ha inviato dodici pacchetti di aiuti militari, per un valore stimato superiore ai 3 miliardi di euro. Qui, improvvisamente, il tema della sostenibilità finanziaria scompare. Nessun allarme sul debito, nessuna richiesta di “coperture”, nessun mea culpa sui conti pubblici. La spesa militare non è mai “spreco”, è sempre “necessità”.Il salto definitivo avviene con il nuovo impegno NATO. Al vertice dell’Aia del 2025, l’Italia ha sottoscritto – insieme agli alleati – l’obiettivo di arrivare entro il 2035 a una spesa pari al 5% del PIL per difesa e sicurezza. Meloni lo ha definito “un impegno serio, coerente con il ruolo internazionale dell’Italia”.
Tradotto in numeri, significa oltre 110 miliardi di euro l’anno a regime, più del doppio della spesa attuale. Certo, non è una spesa immediata. Ma è una ipoteca politica sulle future leggi di bilancio. Un vincolo che condizionerà sanità, scuola, investimenti civili. Eppure, su questo punto, dal Governo non arriva alcun allarme. Anzi: chi solleva dubbi viene accusato di “inermi neutralismi” o di “mancanza di visione geopolitica”.
Ed è qui che la contraddizione diventa politica, non tecnica.
Quando si trattava di aiutare famiglie e imprese a rendere sicure ed efficienti le proprie case, la parola d’ordine era “rigore”.
Quando si tratta di aumentare la spesa militare per decine di miliardi, il rigore evapora. Il Superbonus viene liquidato come “scempio”. Il riarmo come “responsabilità”.
Il Governo ripete che “non si possono fare paragoni”. Ma il paragone lo fanno i cittadini, ogni volta che si sentono dire che per la sanità non ci sono risorse, che per i salari non ci sono margini, che per le politiche industriali bisogna aspettare. E poi scoprono che lo Stato è pronto a impegnarsi, senza esitazioni, su una traiettoria di spesa militare mai vista nella storia repubblicana.
La verità è semplice e scomoda: i soldi non mancano mai in assoluto, mancano solo per ciò che un Governo decide di non finanziare. Il Governo a trazione Fratelli d'Italia ha fatto una scelta chiara. Ha deciso che la spesa sociale va ridimensionata e colpevolizzata, mentre quella militare va normalizzata e persino celebrata.
Questa non è una necessità tecnica. È una scelta politica. E come tale va giudicata.B. Lazzari
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