A margine dell’inchiesta penale che vede indagata una dipendente della società AMO per peculato, l’avvocato Giulio Garuti, legale della società nel procedimento penale e firmatario della denuncia-querela e ora responsabile dell'elaborazione del cosiddetto modello 231 da applicare in futuro in AMO per potenziare controlli e garanzie contro attività e comportamenti illeciti, chiarisce la posizione assunta dall'azienda sugli aspetti chiave del caso, soffermandosi non solo sulla responsabilità individuali ma anche su quelle che potrebbero essere state le criticità strutturali interne all’ente.
Il legale sottolinea come, in situazioni di questo tipo, sia fondamentale distinguere tra dolo e colpa, tra azione fraudolenta e mancanza organizzativa. In questo caso, ribadendo quanto espresso poco prima in conferenza stampa anche dall'amministratore unico Andrea Bosi, e già contenuta nella denuncia querela da lui firmata insieme all'ex amministratore unico dimissionario Stefano Reggianini, la colpa, con tanto di dolo, sarebbe stata della dipendente, mentre chi aveva il diritto-dovere di controllare e prevenire atti illeciti, sarebbe stato ingannato e quindi anche controlli vacillanti o non corretti non sarebbero stati frutto di un comportamento doloso.
Dunque, secondo Garuti, il problema non sarebbe stato tanto un’assenza di controlli, quanto piuttosto la loro compromissione a causa di un comportamento dolosamente manipolativo da parte della dipendente: una strategia tale da alterare la percezione di chi era chiamato a vigilare.
Una tesi che presumibilmente sarà contestata in sede processuale. La vicenda fino ad ora ha visto soltanto l'espressione di una sola parte ovvero quella riguardante l'azienda, e non quella della persona colpita che fino ad ora ha parlato solo ed in esclusiva a La Pressa. Fatto sta che verso di lei l'Azienda ha dimostrato a più riprese, partendo dalla denuncia querela presentata a nome dell'azienda dall'ex amministratore Reggianini e dall'avvocato Garuti, di attribuire tutte le responsabilità con rilievo penale.
Dimostrando contestualmente, visto che è ormai emerso altrettanto chiaramente, che la dipendente non poteva aver fatto tutto da sola, che se i controlli hanno appunto vacillato o non stati fatti in maniera corretta, questo non sarebbero derivati da comportamenti dolosi ma conseguenze di un inganno da parte della dipendente stessa.
Domande e risposte all'avvocato Garuti a margine della conferenza stampa organizzata dall'amministratore unico Bosi, ci hanno portato ad approfondire anche le caratteristiche e le possibili conseguenze, sul piano dei controlli e delle garanzie, derivanti dall'applicazione del cosiddetto modello organizzativo 231.
Chiediamo allo stesso avvocato se l'applicazione del modello, al netto che si tratta di ipotesi, se applicato nei precedenti anni, avrebbe potuto prevenire o fare emergere gli illeciti che si sono verificati.
“Il modello sicuramente è utile ad andare a individuare questi profili, e sarebbe sicuramente stato utile. Non posso dire se avrebbe evitato quello che c'è stato, ma sicuramente sarebbe stato utile. Attenzione, perché poi il modello salva la società anche da un punto di vista penale, laddove la società dovesse andare sotto processo.
Garuti ha ribadito che un sistema di questo tipo non elimina del tutto i rischi ma rappresenta una barriera organizzativa e giuridica significativa: 'Posto che il rischio zero non esiste, se ci fosse stato un modello, il modello sicuramente avrebbe messo degli alert su queste situazioni, avrebbe creato delle procedure ulteriori che forse non c'erano. Però, se il dipendente era determinato e voleva in qualche modo andare a girare il modello stesso, forse ci sarebbe riuscito”.
Gi.Ga.


