Lo studio, al quale hanno partecipato numerosi medici e ricercatori di Unimore e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena, tra cui i professori Cristina Mussini e Massimo Girardis, ha suscitato l’interesse della comunità scientifica internazionale ed è stato appena pubblicato su Communications Biology, rivista del gruppo di Nature.
E’ stato osservato fin dall’inizio della pandemia da SARS-CoV2 che l’età avanzata era un importante fattore di rischio per lo sviluppo della forma severa della malattia, che può portare all’intubazione o alla morte. Fino ad oggi erano disponibili pochi dati sulle cause molecolari delle alterazioni immunologiche presenti nei soggetti di età avanzata che vanno incontro a questa forma. Nel lavoro dei ricercatori modenesi sono stati analizzati 64 pazienti con grave infezione da SARS-CoV-2, dei quali 31 con età maggiore di 70 anni e 33 con età inferiore ai 60 anni. La quantificazione di oltre 60 molecole solubili e la precisa identificazione delle principali sottopopolazioni dei globuli bianchi, fatte utilizzando le più avanzate metodiche molecolari e con analisi multiparametriche a livello di singola cellula, ha permesso di osservare che i pazienti anziani con COVID-19 grave hanno differenti livelli plasmatici di decine di citochine sia infiammatorie, sia anti-infiammatorie, diverse proporzioni di cellule mononucleate del sangue periferico, e una diversa qualità delle cellule T.
Inoltre, negli anziani le cellule T helper della memoria centrale esprimono geni diversi da quelli dei pazienti più giovani, presentano più plasmablasti circolanti, livelli plasmatici ridotti di anticorpi IgG3 anti-S e anti-RBD, monociti più immaturi e percentuali inferiori di cellule T helper follicolari circolanti antigene-specifiche, le quali esprimono meno geni legati alla attivazione cellulare. Infine, grazie alla rianalisi in silico di dati disponibili in rete (già oggetto di una precedente pubblicazione), è stato osservato che i polmoni di soggetti anziani deceduti per COVID-19 sono infarciti di macrofagi attivati che pochi giorni dopo l’infezione promuovono la deposizione di collagene e la conseguente fibrosi. Questo fenomeno è molto meno marcato nei polmoni di pazienti più giovani, dove però gli aspetti coagulativi prevalgono su quelli fibrotici.
“Il nostro studio – spiega Sara De Biasi – sottolinea l'importanza dell'infiammazione nella risposta a SARS-CoV-2 e suggerisce che l'infiammazione, unita all'incapacità di montare una risposta antivirale adeguata, potrebbe esacerbare la gravità della malattia e il peggior risultato clinico nei pazienti anziani”.
“Aver chiarito i meccanismi molecolari che vengono attivati nella fase finale e più drammatica dell’infezione da SARS-CoV-2 – afferma il prof. Andrea Cossarizza di Unimore – è un ulteriore tassello nella comprensione della patogenesi di questa infezione. Va sottolineato che quanto abbiamo descritto in questo studio è accaduto nel primo anno della pandemia, quando ancora non c’erano i vaccini, il cui uso ha permesso di salvare milioni di persone, soprattutto quelle anziane e fragili. Ma l’attenzione non deve calare, dato che purtroppo ancora oggi vediamo quadri di questo tipo nelle persone che non si sono vaccinate”.
Chi ha finanziato lo studio
Questo studio si è potuto realizzare grazie ai finanziamenti del ministero “Bando ricerca COVID-19”, alla preziosa ed incondizionata collaborazione con le ditte Fluidigm Corporation, ThermoFisher Scientific, Beckman Coulter, Labospace, e alle donazioni ricevute da Glem Gas spa (San Cesario, Modena, Italy), Sanfelice 1893 Banca Popolare (San Felice sul Panaro, Modena, Italy), Rotary Club Distretto 2072 (Clubs: Modena, Modena L.A. Muratori, Carpi, Sassuolo, and Castelvetro di Modena), C.O.F.I.M.


