A che serve però immergersi in questo elenco deprimente, che potrebbe prolungarsi all’infinito, se non possiamo farci nulla? Che senso ha fissare lo sguardo sulla marea di “pecore senza pastore”, sull’umanità smarrita, nel mondo e tra di noi – forse anche dentro di noi – se poi non cambia niente? Chi segue Gesù però non può volgere gli occhi altrove, ma deve avere l’audacia di fissare la realtà, di informarsi, di cercare notizie autentiche, di aggirare la propaganda messa in rete ad arte da chi vuole distorcere l’opinione pubblica. E deve farlo con una speranza ostinata, senza cedere alla rassegnazione. Puntare lo sguardo sulla folla, come Gesù, significa prima di tutto documentarsi; cosa piuttosto rara in un mondo in cui scorrazzano le fake news e dove i commenti sono diventati più importanti delle fonti. La prima nemica della pace è la menzogna, che si coltiva diffondendo luoghi comuni, pregiudizi e calunnie.
Gesù però non vede solo il dolore; anzi, guarda queste folle come “messe abbondante”, cioè come campi fertili, pieni di frumento. Non scorge nella gente solo i bisogni, ma anche le risorse; non nota solo le povertà, ma anche le ricchezze. La messe, insomma, per lui non è un campo arido e sterile, ma un terreno promettente. Che cosa fa allora? Compie due azioni. La prima, in realtà, non è un’azione, ma – propriamente – una passione: dice il Vangelo che, “vedendo le folle, ne sentì compassione”. Prima di fare qualcosa per cambiare la realtà, Gesù si lascia interpellare dalla realtà. La “compassione”, come la intende Matteo, è un’agitazione del cuore, letteralmente un movimento viscerale. Gesù avverte come sua la stanchezza e sfinitezza di quella gente.
Papa Francesco ci ha messo in guardia in tutti i modi dall’indifferenza, che è il contrario della compassione; anzi, dalla “globalizzazione dell’indifferenza”, da cui vedeva colpita la nostra epoca.
L’altra reazione di Gesù, dopo la compassione, è l’organizzazione di una risposta in équipe: “chiamati a sé i dodici discepoli”, li manda a pregare, guarire e combattere il male. Non vuole fare tutto da solo, ma istituisce una task force di bene, il gruppo degli apostoli, il primo nucleo della Chiesa. La tentazione di fronte all’esplosione del male, usando questa volta un’espressione di papa Leone, è “la globalizzazione dell’impotenza”, il rischio di tirare i remi in barca, perché i problemi sono troppo grandi per le nostre forze. No: al male si reagisce con l’organizzazione del bene. Le istituzioni qui rappresentate, nella Casa di san Geminiano, sono espressione del bene organizzato, la risposta più efficace al male che si infiltra nella società. L’organizzazione del bene, attraverso enti, realtà pubbliche e istituzioni, dà una risposta efficace e duratura. Non esistono, certo, istituzioni e organizzazioni perfette sulla terra. Ma attaccare, irridere e delegittimare le istituzioni, locali, nazionali e sovranazionali, come pur talvolta avviene anche a livello geopolitico, significa colpire al cuore gli strumenti della convivenza civile e nuocere alla causa della pace.
La globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza scivola in quel fenomeno che si può definire “globalizzazione dell’arroganza”. Già gli antichi greci denunciavano con una parola, di solito tradotta con “tracotanza” (hybris), il superamento di ogni limite nell’orgoglio e nella superbia. Il dibattito pubblico e privato guadagna dal confronto, ma perde dalla calunnia. San Geminiano, che seguendo Gesù si lasciò commuovere dalle sofferenze e riorganizzò la società ecclesiale e civile a Modena nella seconda metà del IV secolo, ispiri tutti noi, cittadini e fedeli, volontari e rappresentanti delle istituzioni, a vincere l’indifferenza, l’impotenza e l’arroganza, e giocare – anzi, continuare a giocare – la partita della compassione e dell’organizzazione del bene: certi che, nonostante le apparenze, la tenacia operosa del bene vince sulla rumorosa prepotenza del male.
+ Erio Castellucci
Foto Frizio


