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Sanità Modena, il peso invisibile sulle spalle dei chirurghi

Sanità Modena, il peso invisibile sulle spalle dei chirurghi

Sale operatorie, urgenze, liste d'attesa e pressioni organizzative. Ma chi si preoccupa delle condizioni in cui lavorano i medici?


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Quando entriamo in ospedale per un intervento chirurgico, abbiamo una sola aspettativa: che il medico al quale affidiamo la nostra vita sia nelle migliori condizioni per operare. Ci preoccupiamo della sua competenza, della sua esperienza, delle attrezzature disponibili. Raramente ci chiediamo come stia quel medico, quante ore abbia già lavorato, quali difficoltà abbia affrontato o quanto pesino sulle sue spalle le responsabilità che ogni giorno è chiamato ad assumersi.

 

La chirurgia è una professione straordinaria, ma comporta un carico di responsabilità difficile da immaginare per chi non la esercita. Ci sono interventi che durano molte ore, situazioni nelle quali occorre decidere in pochi istanti, complicazioni imprevedibili che richiedono lucidità assoluta. Un chirurgo può fare tutto correttamente e trovarsi comunque di fronte a un esito drammatico. Può dover comunicare a una famiglia che, nonostante ogni sforzo, non è stato possibile salvare una persona. E il giorno successivo deve essere nuovamente pronto a entrare in sala operatoria.
Ma questa è soltanto una parte del suo lavoro.

 

Per chi dirige una struttura chirurgica, alle responsabilità cliniche si aggiungono quelle organizzative. Ci sono gli interventi da programmare, le liste d'attesa da ridurre, le urgenze che sconvolgono i programmi, il personale da coordinare, le carenze di organico, le sale operatorie da utilizzare nel modo più efficiente possibile.
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E poi ci sono gli obiettivi aziendali, le richieste della direzione, i risultati da raggiungere, le risorse con le quali bisogna fare i conti.
Un primario deve rispondere ai pazienti, ai colleghi e alla dirigenza. Deve garantire che il reparto funzioni anche quando le condizioni non sono quelle ideali. E quando qualcosa non va, la responsabilità clinica rimane comunque sulle sue spalle. È una pressione continua, che non si esaurisce quando termina un turno e che inevitabilmente può accompagnare un medico anche nella sua vita privata.

 

Perché dietro il camice c'è una persona, con una famiglia, affetti, preoccupazioni e una vita che dovrebbe poter trovare spazio al di fuori dell'ospedale. Eppure, nel dibattito sulla sanità, di tutto questo si parla pochissimo. Si discute di produttività, di efficienza, di tempi d'attesa, di riorganizzazioni. Molto meno delle condizioni psicologiche e professionali nelle quali vengono chiesti quei risultati.
A Modena questa riflessione assume oggi un significato particolare.
Nelle settimane scorse sei direttori delle chirurgie modenesi hanno sottoscritto una lettera nella quale esprimevano preoccupazioni sull'organizzazione sanitaria. Una presa di posizione tutt'altro che ordinaria, considerato il ruolo dei firmatari e le responsabilità che ricoprono. Poi è arrivata la retromarcia.
Il confronto con i vertici aziendali, il chiarimento, la sostanziale chiusura della polemica.
Ma quella lettera, oggi, merita di essere riletta con maggiore attenzione. Perché nel frattempo sta emergendo il disegno di una profonda trasformazione della sanità modenese, con la concentrazione delle attività più complesse a Baggiovara e un diverso ruolo per il Policlinico. Un indirizzo strategico che appare ormai delineato e al quale saranno chiamati a dare attuazione proprio i professionisti che ogni giorno garantiscono il funzionamento degli ospedali.

 

E allora viene spontaneo chiedersi quanto possa pesare, su un direttore di chirurgia, la necessità di rispondere contemporaneamente alla propria coscienza professionale e alle scelte della dirigenza.
Perché un conto è condividere una decisione, contribuire a definirla, discuterne liberamente i problemi. Un altro è trovarsi a doverla attuare anche quando si nutrono dubbi sulle conseguenze organizzative o cliniche. Un chirurgo risponde personalmente delle proprie scelte davanti al paziente. Non sempre, però, dispone della stessa autonomia nel determinare le condizioni organizzative nelle quali quelle scelte devono essere compiute.
La pressione che grava sui medici non nasce soltanto dalle riorganizzazioni. È parte di un sistema che chiede continuamente di fare di più: aumentare gli interventi, ridurre le attese, utilizzare meglio le risorse, raggiungere gli obiettivi, garantire risultati.
Tutte esigenze comprensibili, soprattutto in una sanità pubblica che deve rispondere ai bisogni di migliaia di cittadini.
Ma esiste un limite oltre il quale il richiamo all'efficienza rischia di trasformarsi in un peso difficile da sostenere, se non è accompagnato da risorse adeguate e da un'organizzazione capace di sostenere i professionisti. E non possiamo pretendere che sia sempre il singolo medico a compensare ciò che manca al sistema.

 

La medicina ha compiuto progressi straordinari nella prevenzione degli errori e nella sicurezza delle cure. Ma nessun protocollo può sostituire completamente la lucidità, la serenità e la capacità di giudizio di chi deve applicarlo. Come vengono affrontate le conseguenze emotive degli eventi clinici più difficili? Quanto incidono gli obiettivi aziendali sul carico di lavoro dei direttori delle strutture chirurgiche? E quale spazio viene riconosciuto alle loro valutazioni quando non coincidono con quelle della direzione?
Non sono domande rivolte a individuare responsabilità personali. Sono domande che riguardano il funzionamento di un'organizzazione alla quale affidiamo la nostra salute.
Abbiamo bisogno di chirurghi preparati, esperti, capaci di affrontare situazioni complesse. Ma abbiamo anche bisogno che rimangano nella sanità pubblica, che possano trasmettere le proprie competenze ai più giovani e che non siano lasciati soli davanti a responsabilità sempre maggiori.
In questi giorni si discute molto dei 550 milioni di euro destinati al futuro polo di Baggiovara. È una cifra enorme, che inevitabilmente catalizza l'attenzione.
Ma mentre si progettano nuovi ospedali, sarebbe opportuno dedicare almeno una parte della stessa attenzione alle persone che già oggi tengono in piedi quelli esistenti. Perché i medici non sono soltanto professionisti ai quali chiedere risultati. Sono persone alle quali affidiamo la nostra vita e sulle quali, proprio per questo, grava una responsabilità fuori dal comune. E se pretendiamo che siano sempre nelle migliori condizioni per prendersi cura di noi, dobbiamo cominciare a pretendere che anche le istituzioni si prendano cura di loro.

 

Cinzia Franchini
Foto dell'autore

E' imprenditrice artigiana nel settore del trasporto di merci conto terzi ed è consulente per la sicurezza dei trasporti di merci pericolose ADR su strada. E' RSPP e si occupa di gestire tutte le att...   

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