La conferenza stampa di inizio anno della
presidente del Consiglio Giorgia Meloni dell'altro ieri ha offerto uno spaccato significativo non solo delle priorità politiche del governo, ma anche del rapporto, sempre più teso, tra Palazzo Chigi e la stampa non allineata.In un normale confronto con i giornalisti, la domanda di Francesca De Benedetti, cronista del quotidiano Il Domani (
qui il video), verteva su un’inchiesta in corso relativa al capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, e il presunto coinvolgimento di servizi segreti in possibili attività di 'spionaggio'. La reazione della premier, però, non si è limitata a una risposta puntuale sul tema richiesto. Al contrario, Meloni ha rottamato la domanda per fare una lezione di credibilità al quotidiano, accusando il giornale di aver diffuso presunte “menzogne” su un altro caso, quello dell’accertamento catastale della propria abitazione, prima di rispondere alla questione sollevata. Inutile dire che una normale democrazia dovrebbe riconoscere l’importanza critica della stampa come controllo democratico: pone domande scomode, anche in modo caustico o provocatorio, e sospinge chi governa a fornire risposte documentate. In questo caso, però, la premier ha scelto di rifiutare il registro della specificità giornalistica per passare all’attacco generalizzato, commentando non il contenuto della domanda, ma la qualità e l’attendibilità del giornale che l’ha formulata.
Al di là dei toni, il problema di fondo resta politico e culturale: un capo di governo che preferisce replicare, contestare e correggere il giornalista piuttosto che rispondere al quesito per quello che è, rischia di ridurre lo spazio stesso del dibattito pubblico. In democrazia, la critica dovrebbe essere contenuta nella risposta ai fatti sollevati, non scaricata sul medium o sull’editore che li solleva.La tensione tra Meloni e la stampa critica nei confronti del Governo non nasce da questo episodio isolato. Nei mesi scorsi, rapporti tra l’esecutivo e i media sono stati spesso segnati da reazioni difensive e arroganti: dai contenziosi legali intentati contro il quotidiano Domani per questioni di diffamazione, alle critiche internazionali su come il Governo gestisce il rapporto con la stampa e con l’emittenza pubblica. Quando una risposta istituzionale confluisce più in una difesa identitaria del leader che in una spiegazione trasparente, la democrazia perde un’occasione per consolidare fiducia e responsabilità. Una conferenza stampa sarebbe uno spazio di confronto, non un’arena nella quale si giudicano i giornali.
Il punto non è se una inchiesta sia in parte imprecisa, è se chi governa riconosce il valore critico dell’informazione e risponde sulle questioni reali sollevate, non su quelle convenienti.Ovviamente il problema non è il difendere a prescindere la linea editoriale (oggettivamente schierata) de Il Domani, ma provare a proteggere quel che resta del pluralismo.Tutte questioni ben note, ma che nel clima da stadio dei fan del Governo e di chi critica a prescindere, passano in secondo piano. E ad essere calpestato è - ancora una volta - il diritto di critica di chi tenta ancora di fare il giornalista.
Eli Gold