Teva non è un piccolo produttore straniero. È tra i giganti mondiali dei farmaci generici equivalenti, oltre che di quelli specialistici. In Italia ha quattro stabilimenti fra Lombardia e Piemonte e garantisce cure a basso costo a milioni di pazienti. Eliminare i suoi prodotti significa comprimere la libertà terapeutica, costringere i medici a riscrivere ricette già consolidate, mettere i farmacisti davanti al bivio fra obbligo deontologico e delibere municipali. Tutto questo all’ombra dell’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.
Il paradosso è che in mozioni analoghe, già approvate altrove, si aggiunge la clausola: “i farmaci indispensabili prescritti resteranno disponibili”. Esistono farmaci non indispensabili, se prescritti? Non sappiamo se Castelnuovo abbia inserito lo stesso salvagente. Ma quando accade, il boicottaggio diventa una farsa: da un lato proclami “fuori Teva”, dall’altro rassicuri “ma le ricette saranno rispettate”. È la prova che l’atto non ha sostanza pratica, serve solo a titoli e post da condividere.
Ma questi atti, se resi concreti, sono vulnerabili davanti al TAR: violano norme nazionali ed europee sulla libera circolazione dei beni, l’accesso al mercato e il principio di non discriminazione. L’effetto pratico? I cittadini non andranno al TAR, ma finiranno per rivolgersi ad altre farmacie, più rispettose dei diritti e meno inclini a fare geopolitica sugli scaffali. Ma a Castelnuovo il punto è marcare un’identità politica, a costo di trasformare la sanità in palcoscenico.
L’illusione è quella di incidere sul Medio Oriente dal retrobottega di una farmacia comunale di Castelnuovo. Penalizzando i cittadini italiani. Un po’ come con gli embarghi alla Russia: quelli che avrebbero dovuto affondare in pochi mesi l’economia di Putin, mettendolo alla canna del gas.
Magath

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