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Le fasce e la mangiatoia

Le fasce e la mangiatoia

Gli auguri di Natale del vescovo di Modena Erio Castellucci


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«Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia» (Luca 2,7). Due espressioni di tenerezza – la madre che fascia il neonato e lo deposita nella mangiatoia – sono i primi gesti che Gesù riceve da Maria appena viene al mondo. Il Figlio di Dio non ha voluto saltare la fase primordiale della vita umana: il concepimento, la gestazione, il parto, le cure iniziali. Non ha voluto diventare subito attivo, ma ha voluto attraversare quella passività che segna l’inizio di ogni esistenza. Noi parliamo infatti delle nostre origini in forma passiva: siamo stati concepiti, siamo stati portati in grembo, siamo stati accolti, ci hanno alimentato, ci hanno curato, siamo stati amati o forse sopportati… è una passività fragile e preziosa.

Passività fragile, perché siamo stati consegnati nelle braccia di altri proprio nei momenti più delicati della nostra esistenza, quelli nei quali assorbivamo ogni carezza e ogni incomprensione, quelli nei quali si stampavano nel nostro essere i tratti essenziali della nostra futura personalità. E proprio quei momenti decisivi non erano in nostro potere, non li avevamo in mano; eravamo totalmente esposti all’azione di altri. La fragilità del piccolo Gesù è il simbolo e il punto di raccolta di tante, troppe fragilità dei piccoli di tutti i tempi.

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Molti esseri umani non vedono la luce, a volte per motivi naturali e altre volte per l’intervento degli adulti: spuntano ma non fioriscono; altri bimbi nascono ma vengono abbandonati o maltrattati; altri vivono in condizioni di estrema povertà e denutrizione o condividono il disagio della guerra e della migrazione insieme alle loro famiglie e a volte perfino da soli. Vi sono bimbi che soffrono per le divisioni dei loro genitori o che subiscono emarginazione e rifiuto, trascuratezza e violenza.

Passività fragile dunque, anche preziosa però, poiché ha inciso nel nostro corpo e nel nostro animo una legge dura ma fondamentale: tu non sei completamente tuo, tu dipendi, tu sei essenzialmente legato. Noi non abbiamo operato nemmeno la scelta principale della nostra vita, quella di essere al mondo; non abbiamo selezionato il tempo e il luogo in cui vedere la luce, le persone da cui nascere, la lingua e la cultura in cui crescere. Che lo vogliamo o no, siamo dipendenti da altri. È un dato prezioso perché ci rende per tutta la vita bisognosi di relazione. Senza questa esperienza originaria di passività, ci illuderemmo di essere autosufficienti e dipendere solo da noi stessi.

Invece sappiamo – perché è stato inciso fin dall’origine nel nostro essere – di dipendere da altri. È un legame difficile da accettare: per questo l’uomo ha sempre avuto una tentazione di onnipotenza, tentando di appropriarsi completamente della propria vita, dai primi agli ultimi istanti.

Questa condizione preziosa di fragilità ha un nome: siamo figli. Non tutti sono fratelli o sorelle – esistono i figli unici – e nemmeno tutti diventano padri o madri; di conseguenza non tutti saranno nonni e non è detto nemmeno che uno abbia dei cugini o divenga zio o cognato. L’unica condizione che invece accomuna tutti coloro che sono al mondo, nessuno escluso, è la qualifica di figlio. Dunque, tutti siamo marcati fin dall’inizio dalla fragile e preziosa passività: anche il Figlio di Dio che diventa figlio di Maria. Il Natale ci aiuti a vivere serenamente il nostro legame di figli e ad esprimerlo nella tenerezza e nella cura verso tutti gli altri figli, specialmente quelli che rischiano di soccombere nella loro fragilità.

+ Erio Castellucci

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