E, si badi bene, a perdere non sono solo, singolarmente, le due forze di governo nazionale, PD e M5S. Perde anche, bocciata dagli elettori, la stessa alleanza tra le due. Quella che oggi, appunto, guida il Paese. Il caso Liguria, dove l'agognata intesa si era formalizzata, ha visto, nei voti di lista, il PD perdere il 5% ed il M5S il 14%. E il candidato uscente di centro-destra Giovanni Toti, vincere. Con un buon margine. Anzi, il PD perde di meno o va maglio dove non si allea con i 5 stelle.
Un messaggio politico chiaro anche per l'alleanza di governo nata dall'interesse di potere (e oggi cementificata dalla possibilità di gestire le risorse del recovery fund), che da un anno guida il paese. Ma che si tradurrà, nella migliore tradizione italiana, nell'applicazione del suo esatto contrario.
Perché anziché sfilacciarsi e trarre le conseguenze dell'essere sì ancora maggioranza in parlamento ma di non essere più di gran lunga maggioranza nel paese, l'alleanza di governo si cementificherà. Non solo per la necessità, soprattutto del Movimento 5 stelle, di essere obbligato a governare per non sparire (visto che sui territori il M5S sembra avere più che dimezzato i propri voti e non governa, nemmeno in alleanza, nessuna regione), ma anche perché la vittoria del SI al referendum, che taglierà il numero di parlamentari dalle prossime elezioni, ha tolto anche dai deputati e dai senatori più duri e puri di opposizione, il desiderio e la volontà di fare cadere il governo. Mantenendolo in vita fino al 2023. Consapevoli che una volta perso quello scranno, difficilmente per loro ci sarà la possibilità di riconquistarlo. Una consapevolezza che per i parlamentari di maggioranza è rafforzata dall'ormai certezza che con questi numeri anche il PD, pur nella migliore alleanza di centro sinistra con o senza 5 stelle, non avrà le condizioni per vincere le prossime politiche e governare il paese.
Gi.Ga.

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