Ora, guardando alla politica come servizio, dopo 44 anni di carriera nelle istituzioni con ruoli di vertice, cosa si può dare ancora al territorio? Cosa si può ancora regalare alla collettività che in quattro decenni non sia già stato offerto? Qual è il senso del proprio 'mettersi a disposizione', per usare una frase tanto abusata quanto retorica? Sia chiaro, non è questione di età anagrafica, a 70 anni non si è vecchi, il punto è un altro. Non le competenze, i meriti, le capacità... Il punto a ben vedere e di natura umana, esistenziale.
Il potere con le sue lusinghe, con la sua capacità di inebriare, con le crisi di astinenza che provoca, si trasforma spesso in prigione. Sull'altare del potere, del ruolo, della nuova avventura che consenta di essere ancora riveriti e guardati con ammirazione, si rischia di sacrificare se stessi. Di perdere il contatto con l'essenza, con un senso che consenta quantomeno di scavare nelle pieghe contorte della vita. Fare i conti davvero con i drammi e le gioie, con il pianto e l'abbraccio, le derive e i sogni. E allora, indipendentemente dal successo o meno di questa nuova avventura politica dell'ex sindaco di Modena, al di là del giudizio sul suo operato 40ennale (che come quello di tutti ha luci e ombre, voli e abissi, meschinità e coraggio), astraendo dal suo caso specifico, anche dalle tragedie che ha dovuto sopportare, viene da chiedersi se in fondo il potere stesso non sia una prigione.
Una cella che impone di rinnovare se stessi sempre nello stesso modo, che impone di rinunciare a ogni tipo di sguardo altro, che chiude l'orizzonte delle proprie possibilità alla miope ricerca che soddisfi questo bisogno.
Perchè forse, come Mazzarò che non voleva abbandonare la sua Roba, come nei tormenti di Re Lear, così si finisce per confondere la prigione con la libertà e la libertà con la prigione. E nemmeno si osa pensare che oltre il consenso, la macchina elettorale, le preferenze, i successi e gli stipendi dorati, esiste una vita. Anni fa una giovane giornalista in una redazione della Romagna lasciò un biglietto sulla propria scrivania e rinunciò, senza mai più presentarsi, a un posto di lavoro sicuro. Sul foglietto c'era scritto solamente 'preferisco vivere'.
Chissà che prima o poi anche alla dittatura che la ricerca del potere impone, anche i più assuefatti non riescano a rispondere con una frase simile. Preferisco vivere. Chissà se per una volta qualcuno non riesca a stupire e stupirsi.
Giuseppe Leonelli

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