Le notizie relative alle presunte appropriazioni indebite all’interno della Fondazione di Modena mi stanno sconcertando. Vi sono alcune riflessioni civiche che credo sia legittimo condividere.
La prima riguarda l’atteggiamento dei vertici dell’istituzione, ancora in plancia di comando, come se quanto emerso non avesse prodotto alcuna incrinatura. Questa apparente impermeabilità alle critiche e alle richieste di chiarimento rappresenta un segnale preoccupante. Essa non è altro che il frutto di un sistema politico e amministrativo che governa la città da decenni e che, proprio per questa lunga permanenza, ha sviluppato una percezione di sostanziale immunità rispetto alle critiche, alle indagini giudiziarie o anche semplicemente alla legittima richiesta di discontinuità da parte di chi conserva ancora un briciolo di discernimento.
Quando una classe dirigente si convince di non dover più rendere conto delle proprie scelte, il danno non è soltanto politico ma civico. Il risultato è una città progressivamente meno orientata al bene comune e più incline alla conservazione degli equilibri esistenti.
La seconda riflessione riguarda invece il clima che si respira in città. Colpisce la voce sorprendentemente sommessa di molti soggetti – istituzionali, culturali, associativi, civici– che pure dovrebbero chiedere con chiarezza spiegazioni, responsabilità e, se necessario, dimissioni. Si tratta semplicemente di un principio elementare di responsabilità pubblica.
Il nostro ordinamento giuridico non lascia margini di ambiguità su questi temi. L’appropriazione indebita è disciplinata dall’art. 646 del codice penale, che punisce chi “per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto si appropria del denaro o della cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso”. È una norma che tutela un principio fondamentale: la fiducia che la collettività ripone in chi gestisce risorse e patrimoni.
Eppure, al di là dei profili giuridici, ciò che più colpisce è una certa forma di anestesia civica. Molti sembrano preferire il silenzio o la prudenza eccessiva alla chiarezza del confronto pubblico.
Come osservava George Orwell, “in tempi di inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. E Winston Churchill ricordava che “il prezzo della grandezza è la responsabilità”: un principio che dovrebbe valere, prima di tutto, per chi ricopre ruoli pubblici o gestisce istituzioni che amministrano risorse della comunità.
Modena è una città con notevoli risorse culturali, civiche ed economiche. Ma proprio per questo dovrebbe guardarsi dal rifugiarsi nella consolatoria autocelebrazione del “siamo i più bravi e i più efficienti”. Le comunità mature non temono l’autocritica: la praticano, perché sanno che solo così si rafforzano.
Una città diventa più civile quando pretende trasparenza, responsabilità e cambiamento laddove necessario.
Cordiali saluti
Letizia D'Orazio
Nella foto il presidente della Fondazione di Modena Matteo Tiezzi e il direttore generale Luigi Benedetti



