scrivo nuovamente in seguito all’episodio emblematico accaduto nei giorni scorsi a Reggio Emilia, dove un autista di Seta, resosi conto di aver sbagliato strada, ha deciso di effettuare un’inversione di marcia su una carreggiata evidentemente inadatta a quel tipo di mezzo, finendo per rimanere incastrato e bloccare completamente il traffico. Non si tratta di un dettaglio tecnico. Si tratta di consapevolezza professionale.
Un autobus non è un’automobile e non è un motorino. È un mezzo lungo diversi metri, con un ingombro, un raggio di sterzata e responsabilità enormi. La prima competenza di un conducente non è girare il volante: è sapere dove si trova e cosa sta guidando. Questo episodio non è un caso isolato. È l’ultimo di una serie di comportamenti che quotidianamente si osservano sulle nostre strade: manovre azzardate, fermate improvvisate, scarsa attenzione al contesto viario, guida col cellulare.
Quando, nella mia precedente lettera, ho ricordato che 'ai nostri tempi era diverso', non era nostalgia. Era constatazione di un metodo. Non avevamo navigatori satellitari, ma studiavamo i percorsi. Conoscevamo le strade, le criticità, i punti stretti. Nessuno di noi si sarebbe mai sognato di tentare un’inversione con un autobus su una strada del genere. E, soprattutto, nessuno avrebbe mai accettato con leggerezza l’idea di 'sbagliare strada'.
Si parla oggi di 'ridare dignità' alla categoria. Permettetemi una riflessione franca: la dignità non si distribuisce per decreto, né è proporzionale allo stipendio. La dignità è intrinseca al modo in cui si svolge il proprio lavoro. Se si sceglie una professione che comporta la responsabilità quotidiana di decine di vite, la si deve esercitare con rigore, indipendentemente dalle condizioni economiche.
Che esista un problema di compensi e di carenza di personale è evidente. Che alcune professioni siano oggi poco attrattive è sotto gli occhi di tutti. Ma la risposta non può essere l’abbassamento degli standard.
Se si rilasciano patenti e CQC senza un’adeguata formazione sostanziale, se non si investe seriamente nell’addestramento e nella selezione, e se manca nei conducenti stessi la piena consapevolezza della responsabilità che assumono, allora il declino del servizio pubblico sarà inevitabile.
È necessario dirlo con chiarezza: oggi una parte dei conducenti che vediamo sulle nostre strade non appare adeguatamente preparata al ruolo che ricopre. Non è una generalizzazione offensiva, ma un dato che emerge dall’osservazione quotidiana di comportamenti che tradiscono scarsa padronanza del mezzo, limitata conoscenza del contesto viario e insufficiente percezione del rischio.
Guidare un autobus non è un ripiego lavorativo.
E consentitemi un’ultima osservazione. Se davvero si vuole ridare dignità alla categoria i sindacati dovrebbero essere i primi a pretendere standard elevati, selezione rigorosa e formazione continua reale. Difendere sempre e comunque non rafforza una professione: la indebolisce. La tutela dei lavoratori non può trasformarsi nella negazione delle criticità evidenti. La dignità non si costruisce abbassando l’asticella, ma alzandola.
Il trasporto pubblico è un servizio essenziale e chi rappresenta i lavoratori dovrebbe essere il primo a pretendere eccellenza perché la sicurezza dei cittadini viene prima di qualsiasi narrazione.
La dignità non si proclama: si dimostra ogni giorno al volante.
Un autista in pensione
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