Tutto nasce da un cittadino qualunque, Massimo Gozzi, a cui una baby gang di stranieri disturba il figlio. Un episodio concreto, uno dei tanti. L’ennesima segnalazione di degrado in centro storico – dove negli ultimi tempi ci sono state risse, pestaggi, furti, tentate rapine, un negozio chiuso dalla questura. Fatti. Nel frattempo il PD e il sindaco Riccardo Righi minimizzano, parlano di bagatelle famigliari, si dichiarano impossibilitati a intervenire, accusano – assieme a Forza Italia – il Governo che non manda gli agenti. Traduzione: non c’è un problema e, anche se ci fosse, non è un problema nostro.
Succede allora una cosa pericolosa: la gente si organizza. Nasce un gruppo Facebook che in pochi giorni raccoglie centinaia di adesioni. Non militanti, non estremisti, non professionisti della protesta, ma persone stanche. Persone che rivogliono la città di quando lasciavi le chiavi nella toppa della porta. Una rivolta emotiva, certo, ma autentica. Ed è proprio questo che la rende indigesta al potere.
L’amministrazione capisce subito che quella cosa lì non va bene. Un aggregato spontaneo, non controllato, non mediato, può diventare un problema serio. E allora entra in scena la politica locale. Arrivano Alberto Setti e Roberta Fiocchi: li manda Righi? Ipotesi volutamente tirata, una nostra opinione, una provocazione politica, ma l’effetto è quello. Il gruppo viene normalizzato, addomesticato. Dalla rabbia si passa al laboratorio, dalla protesta al progetto, dalla città alla deriva alla tensostruttura in Piazza Martiri: eventi, mostre, radio web. Iniziative che non spaventano nessuno, non disturbano nessuno e soprattutto non incidono su nulla.
Nel frattempo il gruppo prende le distanze dalle opposizioni politiche – colpevoli di voler speculare – e si avvicina al sindaco Righi, che ringrazia. Perché Righi è in difficoltà. La sua lista civica Carpi a Colori è bruciata dopo le dimissioni più o meno forzate delle due figure chiave, Marco Nonno Pep e Alessandro Di Loreto. Righi perde i suoi uomini, resta sotto il controllo del PD, che gli impone comunicazione e linea politica e preme per piazzare un uomo di partito nello spazio lasciato da Di Loreto. Fine dell’autonomia, fine del civismo. Non è un caso che le foto di Rivoglio la mia Carpi siano in bianco e nero. È un manifesto involontario, grigio come la politica che le circonda.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il problema resta, le baby gang restano, la paura resta. Il gruppo che doveva dare voce a una rivolta si trasforma in un’associazione culturale, la rabbia viene sterilizzata, la città rassicurata a parole. E chi aveva alzato la testa ora si ritrova a litigare sui social, con accuse reciproche di protagonismo e tradimento. Un finale fin troppo carpigiano: guai a toccare il PD.
Quando il potere non può negare un problema, lo ingloba; quando non può fermare una rivolta, la trasforma in evento; quando i cittadini chiedono sicurezza e alzano la voce, risponde con una cupola trasparente, chiamandola tensostruttura.
Magath
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