La commemorazione di Monica Esposito si è trasformata in bagarre. Ok: possiamo capire la necessità di tenere bassi i toni e non fomentare teste troppo calde. Ma che cosa avrebbe dovuto fare Giovanni Esposito?
Un fratello perde la sorella, morta dopo essere stata travolta da un attentatore. Due mesi dopo sale in piazza e accusa la politica, il sindaco, le istituzioni che a suo giudizio hanno sottovalutato per anni sicurezza e problemi d’integrazione. Non è umana questa reazione? Cosa ci si aspettava, esattamente?
Si può contestare ciò che ha detto. Ma è grottesco pretendere da lui il distacco di un notaio. La sua rabbia non nasce da una riunione elettorale: nasce da una famiglia distrutta. Eppure Pd e Avs hanno impiegato poche ore per trasformare il fratello della vittima nell’imputato principale. Propaganda, odio, strumentalizzazione del dolore: parole utili soprattutto a evitare il merito delle accuse. E per farlo hanno utilizzato a loro volta la scelta di riservatezza della parte della famiglia che non è scesa in piazza.
Quella piazza si è rotta - sempre politicamente parlando - perché una parte della città non accetta più di sentirsi rispondere che l’insicurezza è soltanto percepita, che l’immigrazione non c’entra mai e che ogni critica all’integrazione nasconde razzismo.
Ha espresso il proprio malessere in modo confuso e talvolta scomposto, ma ha detto cose che molti pensano. È questo che impaurisce il centrosinistra: non il tono del comizio, ma il consenso che quelle parole possono raccogliere.Per questo diventa emblematico l’allontanamento dalla piazza di Luca Signorelli. Il 16 maggio ha compiuto un gesto eroico, affrontando l’attentatore e rischiando la vita. Quel gesto non rende però ogni sua successiva interpretazione altrettanto indiscutibile. Sostenere che l’attacco non fosse rivolto agli italiani e invitare tutti a una specie di riconciliazione gandhiana è una posizione politica, non la prosecuzione automatica del suo eroismo. E farlo davanti a una piazza alla ricerca di risposte è stato un grave errore. Perché ha contrapposto politica a politica, mentre quella piazza chiedeva soprattutto risposte concrete.
La sinistra l’ha infatti adottato subito come simbolo rassicurante: l’eroe che perdona, abbassa i toni e conferma che non esiste alcun problema collettivo da affrontare. Le sue parole sono diventate lo scudo dietro cui difendere l’amministrazione. Quelle di Esposito, invece, dovevano essere screditate perché colpivano il racconto ufficiale della città.
La destra cercherà naturalmente di appropriarsi della rabbia della piazza. Ma la responsabilità più grave è di una sinistra che ha perso il contatto con la realtà.
Il problema non è Giovanni Esposito. Non è neanche Luca Signorelli. Il problema è una politica che teme la rabbia dei cittadini più delle condizioni che l’hanno provocata.
Magath
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