Roberto Mancini torna sulla panchina della Nazionale. Lo fa accompagnando il suo ritorno con una frase destinata a fare discutere: 'Mi farò perdonare'. Una dichiarazione che riconosce implicitamente un errore, ma che apre una domanda ben più profonda: perdonare cosa?
Perché il punto non è soltanto l'addio improvviso dell'agosto 2023, consumato mentre l'Italia stava preparando le qualificazioni europee e concluso con la scelta dell'Arabia Saudita. Il punto è ciò che quell'addio rappresentò. La Nazionale non è un club, ma è un incarico che vive di appartenenza, continuità e senso dello Stato sportivo. Quando Mancini lasciò, il messaggio che passò fu che persino la panchina Azzurra poteva diventare una tappa sacrificabile davanti a un'offerta economicamente più conveniente.
Lo stesso Mancini, negli anni successivi, ha definito quella decisione un errore e ha espresso il desiderio di tornare. Il problema, però, non è il diritto a sbagliare. Tutti possono commettere errori. Il problema è quale valore attribuisce il sistema a quegli errori.
Il ritorno di Mancini racconta infatti molto più della vicenda personale dell'allenatore. Racconta una Federazione che, nel momento decisivo, ha scelto il pragmatismo al posto della coerenza. Ha deciso che vincere l'urgenza era più importante del messaggio culturale.
Ed è qui che la vicenda assume un significato ancora più delicato.Paolo Maldini avrebbe pagato il prezzo della propria rigidità. Una rigidità che molti gli contestano, ma che nasce da un'idea precisa: le istituzioni devono avere credibilità, e la credibilità si costruisce anche mantenendo una linea, persino quando costa. Dire no a un ritorno dopo quel precedente significava affermare che esistono decisioni che hanno conseguenze, anche per chi ha regalato un Europeo all'Italia. Si può non condividere questa posizione. Ma è difficile negarle una sua integrità.
Ancora più simbolica è la mancata considerazione di Silvio Baldini. Forse naif, forse poco spendibile mediaticamente, certamente lontano dalle logiche del potere calcistico. Baldini rappresenta un'idea quasi fuori moda di calcio: passione, autenticità, indipendenza, rifiuto dei compromessi. Nessuno dice che fosse necessariamente il candidato migliore dal punto di vista tecnico, ma il fatto che non sia mai stato davvero preso in considerazione racconta quale tipo di profilo il sistema preferisca: l'usato sicuro, anche quando porta con sé una ferita istituzionale, piuttosto che chi incarna una testimonianza morale.
Il calcio italiano così lancia l'ennesimo messaggio negativo. La competenza è importante, i risultati contano, ma i valori possono essere sospesi quando l'emergenza lo richiede. Mancini potrà anche qualificare l'Italia, vincere partite e magari riportarla ai vertici del calcio mondiale.
Insomma, che cosa vale di più: il talento di un uomo o la credibilità delle istituzioni? La risposta della FIGC sembra ormai evidente. Ed è probabilmente questa, più ancora del ritorno di Mancini, la notizia destinata a lasciare il segno.
Eli Gold
Foto Italpress
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