Riccardo Righi, sindaco di Carpi, ha esultato per l'approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito dichiarandosi orgoglioso dell’Emilia-Romagna, delle forze politiche che l’hanno sostenuta e di una politica capace - a suo dire - di assumersi la responsabilità delle scelte difficili.
Nel suo comunicato ci sono tutte le parole chiave previste dal disciplinare: dignità della persona, autodeterminazione, umanità, rispetto delle diverse sensibilità, cure palliative, regole chiare e diritti riconosciuti. Non manca nulla. E proprio per questo manca quasi tutto.
Perché la legge diventa una bella dimostrazione, un risultato politico da rivendicare, l’occasione per ringraziare la maggioranza e spiegare che questa volta la politica non avrebbe rincorso il consenso - che vuol dire esattamente il contrario. Una materia tragica, che riguarda il dolore, la paura, la solitudine e la morte, viene trattata con il tono soddisfatto di chi inaugura una pista ciclabile.
Il direttore Giuseppe Leonelli parte dalla posizione opposta. Precisa che non serve scomodare la religione, la sacralità della vita o la fede in un aldilà - che vuol dire esattamente il contrario. Dice che il suo argomento è umano e sociale. Chiede se una comunità che accetta di aiutare una persona a morire modifica inevitabilmente il proprio rapporto con la fragilità, con la malattia e con il compito stesso della medicina.
È una domanda legittima.
Così come sono legittimi i timori sulle pressioni familiari ed economiche, sulla solitudine degli anziani, sulla condizione dei disabili, sul possibile allargamento futuro dei criteri. Sul rischio che una possibilità estrema finisca per diventare una risposta ordinaria.Leonelli però va oltre. Trasforma quel rischio in un significato già contenuto nella legge e arriva a rappresentare la scelta individuale come il prodotto di una società che invita il malato a considerarsi uno scarto.
Ma nessuno sta dicendo questo: la legge non stabilisce quali vite meritino di essere vissute e non consegna alla politica il potere di decidere chi debba morire.
Fra il paradiso di Righi e l’abisso di Leonelli esiste una terza posizione.
Dignità può significare semplicemente andarsene in silenzio, senza dolore e senza clamore. Senza che da una parte ci sia un politico ansioso di premere il pulsante per dimostrare quanto è moderno, civile e coraggioso. E senza che dall’altra ce ne sia un altro pronto a tagliare il filo del pulsante per difendere una vita che non è la sua.
Soprattutto senza trovarsi davanti all’ospedale un gruppo settario che urla al malato di non morire, di continuare a stare male e di soffrire ancora.
Ma neanche una squadraccia di sinistri politici pronti a esultare per il trapasso: che garantiscano rispetto delle regole e dei diritti, risorse vere, cure palliative, aiuti alle famiglie e si tolgano di mezzo.
Roberto Benatti
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