E niente più correnti, aveva solennemente promesso Bonaccini in una ‘mielosa’ intervista televisiva al direttore di Trc Tazzioli, ma decisioni comuni, in un partito più concreto e umile, più vicino alla gente, che non parli più di superiorità morale, che si prepari alle europee del prossimo anno per cercare di riprendere parte dei sette milioni di voti persi per strada. Ma che vada anche alla ricerca di accordi con altri partiti di sinistra perchè un Pd con solo il 19 per cento dei voti non va da nessuna parte. Eccolo servito dunque Bonaccini che ha così subito la prima mortificazione dal nuovo segretario nonostante avesse ottenuto il 53 per cento dei voti alle primarie interne, dimostrando dunque di rappresentare almeno la metà del Pd. E nonostante avesse riunito prima delle votazioni interne dei due gruppi i suoi sostenitori avanzando la richiesta con la proposta di nomi tutti però bocciati.
Una intervista televisiva che non gli ha portato fortuna ma che, anzi, lo ha portato a smentire se stesso sulla dichiarata fraterna intesa con la Schlein (sorretta da affettuosi abbracci davanti alle telecamere), subito smentita dai fatti e con l’annunciato superamento delle correnti interne che si sono invece immediatamente palesate con la nomina dei due capigruppo da parte di chi comanda ora e non il frutto della espressione degli elettori alle primarie.
Una unità solo di facciata dunque che si cerca di presentare dentro e fuori il partito come fatto duraturo, come del resto è sempre stato fatto in passato, quando invece in una quindicina di anni di vita il Pd di segretari ne ha cambiato dieci, dal primo Veltroni, all’ultimo Letta...
Cesare Pradella
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