Un conto è la polemica politica, altro conto sono le bugie. Le bugie, nel dibattito pubblico, squalificano, in primis, chi le propala. Menzogne?Parola forte. In realtà, come mi è stato opposto ancora recentemente, siamo nell'alveo della, legittima, polemica politica. No. Non è vero.Nel dibattito pubblico avente ad oggetto la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, già oggi e, cioè, già a distanza di un mese e mezzo dal voto, oggettivamente, si è andati ben oltre la legittima polemica politica. Polemica politica non significa disonestà intellettuale.Parlare di scassinamento della Costituzione quando a venire in rilievo è un referendum che affonda le proprie radici proprio nella Costituzione e, più precisamente nell'art. 138 Cost., che è stato bollinato dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di cassazione e che è stato controfirmato dal Presidente della Repubblica, non significa dare vita a polemica politica, ma significa dire bugie.Parlare di Governo che sceglierà i futuri sorteggiati di Consiglio superiore della magistratura e Alta corte disciplinare quando è pacifico che a stilare le relative liste, in caso di vittoria del sì in sede referendaria, sarebbe, non già il Governo, bensì il Parlamento in seduta comune, non significa dare vita a polemica politica, ma significa dire
bugie perché è evidente che, nell'ambito dell'ordinamento democratico, il Parlamento in seduta comune rappresenti il più alto contesto di garanzia possibile. Parlare, l'ha fatto, giusto ieri l'altro, l'ANPI, di TAR che, grazie alle firme raccolte dai sostenitori del no, avrebbe confermato la data del referendum, sventando con ciò il tentativo del Governo di anticipare il voto ai primi di marzo, non significa dare vita a polemica politica, ma significa dire bugie, posto che mai il Governo ha anche solo ipotizzato di anticipare una data, quella del voto appunto, recentemente fissata dallo stesso Governo con proprio decreto.Parlare, l'ha fatto l'ANM con cartelloni che, dalla stazione centrale di Milano, hanno poi invaso le città italiane, di rischio di assoggettamento, non già dei pubblici ministeri, ma, addirittura, dei giudici al potere politico in caso di vittoria del sì in sede referendaria, non significa dare vita a polemica politica, ma significa dire bugie.Bugie nei confronti delle quali bene hanno fatto i sostenitori del sì a presentare un esposto alla procura della Repubblica di Roma a firma dell'insigne giurista Giorgio Spangher, professore emerito di procedura penale. In proposito, effettivamente, basterebbe confrontare l'attuale art. 104 Cost. con quello che sarebbe nel prossimo futuro se la c.d.
riforma Nordio venisse confermata dalla maggioranza degli Italiani che si recheranno a votare il 22 e 23 marzo: di quale rischio di assoggettamento della magistratura al potere politico si va qui cianciando così stando le cose? Tutte queste e tante altre - secondo il Presidente onorario dell'associazione Vittime del 2 agosto, per esempio, votare sì significherebbe essere collaterali allo stragismo nero posto che, nel c.d. Piano di rinascita del progetto golpista della famigerata loggia massonica P2, figurava altresì la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri -, sono bugie.Bugie, oggettive, che nulla hanno a che vedere con un sano e doveroso confronto pre-voto in una materia che, quale quella della giustizia penale, si appalesa, per sua natura, così delicata.La polemica politica è il sale della democrazia.La bugia, per converso, è semplicemente cosa che non fa onore a chi pensa, pensando male, che il fine giustifichi i mezzi.
Guido Sola