Gentile Direttore,abbiamo letto con attenzione e con un pizzico di amarezza la
lettera dell'ex collega che ha guidato per anni lungo la tratta Modena–Finale Emilia. Le sue parole descrivono un mondo che sembra svanire e, come organizzazione sindacale, non possiamo che condividere il suo richiamo all’orgoglio professionale e al rispetto delle regole, che restano i pilastri del nostro mestiere.Tuttavia, sentiamo il dovere di offrire una chiave di lettura più ampia su ciò che sta accadendo oggi nel settore del trasporto pubblico locale (TPL). Se è vero che alcuni comportamenti individuali sono ingiustificabili – come l’uso del cellulare alla guida, sul quale non transigiamo in termini di sicurezza – è altrettanto vero che la 'superficialità' percepita è spesso il sintomo di un sistema al collasso.Oggi fare l’autista è profondamente diverso rispetto al passato: i tempi di percorrenza, spesso calibrati su flussi di traffico di dieci anni fa, sono diventati insostenibili. L'autista è costantemente sotto pressione per recuperare ritardi causati da cantieri, traffico congestionato e asservimenti semaforici inefficienti. Questa 'fretta' indotta spesso dalle tabelle di marcia si traduce, purtroppo, in manovre brusche o ripartenze veloci.A questo si aggiunge un’emorragia di personale senza precedenti: il mestiere non è più attrattivo e i giovani fuggono da una professione che richiede sacrifici enormi in termini di conciliazione tra vita e lavoro, a fronte di responsabilità crescenti.
Questa carenza cronica costringe chi resta a coprire turni sempre più rigidi, riducendo quei margini di recupero psicofisico necessari per mantenere la lucidità e la cortesia che il collega giustamente ricorda. Lo stress accumulato incide inevitabilmente sulla qualità del servizio.Come giustamente rilevato, gli stipendi sono modesti. Ma non è solo una questione economica: è venuta meno la qualità del lavoro, oggi gli autisti sono spesso vittime di aggressioni, verbali e fisiche, in un clima di crescente tensione sociale dove l'utenza non vede più nel conducente un punto di riferimento, ma un bersaglio su cui scaricare i disservizi.L'ex collega parla di 'investire nella formazione e nel controllo'. Noi aggiungiamo che bisogna investire innanzitutto nella dignità del lavoro. Non si può pretendere la massima professionalità se le aziende puntano sempre di più al risparmio. Il 'senso di appartenenza' non si crea con i richiami disciplinari, ma garantendo agli autisti condizioni di lavoro umane, tempi di guida congrui e la sicurezza di poter svolgere il proprio compito senza essere lasciati soli in prima linea.Come sindacato, continueremo a batterci affinché quel 'biglietto da visita' di cui parla la lettera torni a essere motivo di vanto.
Ma per farlo serve un impegno corale: delle aziende, delle istituzioni e anche dei cittadini, affinché si torni a considerare il trasporto pubblico come un bene comune da proteggere e non solo un servizio da spremere.Cordiali saluti,
Sorrentino Luigi - segretario regionale ORSA Trasporti