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Estrazione e lavorazione degli inerti, gli effetti sulla salute: la silicosi

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Le cave ed i relativi impianti di trasformazione hanno un impatto molto elevato su ambiente e salute. Le misure di mitigazione non sono efficaci se i volumi di scavo sono grossi


Estrazione e lavorazione degli inerti, gli effetti sulla salute: la silicosi

Nella sesta puntata del dossier Cave realizzato dalla Pressa in collaborazione coi Comitati No Cave ci occupiamo degli aspetti acustici ed dell'inquinamento atmosferico legato all’estrazione e alla lavorazione di inerti.

All’interno delle aree di scavo le principali sorgenti di inquinamento sono rappresentate dai mezzi di lavoro (pale, ruspe, camion), impianti di trasformazione, frantoi (mulino a martelli, vagli, tramogge, frantumatore, carpenterie, ciclonaggio), miscelazione del calcestruzzo e miscelazione di conglomerato bituminoso.

Diamo quindi qualche dato rispetto alle escavazioni in alcuni poli di San Cesario.

Effetto dei poli 9, 10, 12, 11 in base ai dati di calcolo del comune Savignano
- quantità di materiale in 10 anni: 11.720 m3
- massimo volume di carico 18 m3 , lavorazione del 100%, 8 ore lavorative al giorno, scavo per 6-8 anni + ripristini 2-4 anni
- giorni lavorativi 230
- 997-1209 camion/giorno
- 124-151 camion/ora

Il problema della silice nelle cave

Delle varie forme di silice presenti in natura, finora sono riconosciute sicuramente responsabili di silicosi solamente alcune forme cristalline di silice ed in particolare quarzo, tridimite e cristobalite. La Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) evidenzia la cancerogenicità della silice cristallina, classificandola nel gruppo 1 degli agenti cancerogeni. La IARC, nella monografia del 1997 ha affermato:”La silice cristallina inalata in forma di quarzo o cristobalite da sorgenti occupazionali è cancerogena per gli umani”. In Italia il problema è lontano dall’essere risolto, lo dimostra l’elevato numero di indennizzi per silicosi e patologie correlate, che comportano un enorme costo sociale sia in termini economici sia in termini di danni alla salute e alla speranza e qualità di vita. Nel contempo è necessario approfondire i problemi legati alle patologie emergenti correlate ad esposizione a silice e presumibilmente promosse anche da esposizioni a basse dosi.

Sulla base della attuali conoscenze, tre tipologie di disturbi o patologie sono legati alla silice:
- malattie autoimmuni (recentemente riferite - artrite reumatoide, sclerodermia, lupus, disfunzioni renali croniche)
- silicosi cronica o acuta (una delle più vecchie malattie professionali)
- cancro al polmone (monografia della IARC del 1997, ancora in discussione)

Le ricerche scientifiche degli ultimi anni hanno indicato che i livelli di polverosità che anche oggi si riscontrano in molte attività industriali non garantiscono dal rischio di silicosi. L’OSHA negli Stati Uniti ha per lunghi anni adottato il limite di 0.1 mg/m3 di silice respirabile (quarzo) per otto ore lavorative. Un lavoratore esposto per 20 anni a tali concentrazioni ha una probabilità del 5-10% di sviluppare la silicosi. Il rischio raggiunge il 50-60% per esposizioni della durata di 40 anni.

A quale concentrazione è sottoposta la popolazione? Dipende dalla composizione mineralogica dei materiali, dal tipo di lavorazione, dalle quantità di materiale lavorato, dalla distanza dai siti di estrazione/lavorazione, dal vento e dalla pioggia. Indubbiamente la popolazione che vive in un’area contaminata da silice, accumula 24 ore/giorno, e non indossa dispositivi di protezione. Chi controlla la silice negli ambienti di vita attorno ai siti estrattivi?

 Conclusioni

Le cave ed i relativi impianti di trasformazione hanno un impatto molto elevato su ambiente e salute. Le misure di mitigazione non sono efficaci se i volumi di scavo sono grossi e i poli sono concentrati, se i materiali lavorati sono intrinsecamente inquinanti (silice cristallina) e se il monitoraggio degli inquinanti manca per ambienti di vita prossimi ai siti estrattivi. E' evidente come per ridurre l’impatto della filiera i costi aumentino ed è per questo che è necessario ridurre i fabbisogni della filiera del “cemento”, attraverso l'utilizzo del materiale riciclato, la razionalizzazione dell’uso (ghiaia solo dove indispensabile) e l'utilizzo di materiali alternativi.

Da una analisi del professor Fabrizio Odorici Istituto Nazionale di Fisica nucleare sezione di Bologna

 



Redazione La Pressa
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