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Ma non c’è più tempo: allora appoggiamo lo zaino

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Raccontare urbanistica, economia, candidature...


Ma non c’è più tempo: allora appoggiamo lo zaino

Non c’è tempo. Manca il tempo. Materialmente. Eppure si guarda a dopodomani e viene voglia di scrivere. Di raccontare. Ancora. Ancora un giorno. Ancora una notte. Di raccontare delle manovre già in atto in piazza Grande, in casa Pd, per la successione a Giancarlo Muzzarelli. Delle ambizioni a sindaco, inconfessabili ma così animate, dell’as - sessore Ludovica Carla Ferr ari, richettiana, ma sempre impegnata a smarcarsi dal bel Matteo. Dei vorrei ma non posso del consigliere regionale Giuseppe Boschini, che «doroteo » resta. Con rispetto eh. Dei ‘sono a disposizione’, imparati da Stefano Bonaccini, di Andrea Bortolamasi. Dei ‘io penso a lavorare’ del rampollo Giulio Guerzoni. Tutto, naturalmente, se e solo se Muzzarelli avrà garanzie di uno sbarco in Parlamento. Viene voglia di raccontare del futuro della Maserati e, in generale, della nostra economia modenese, fintamente ripartita, fintamente solida. Del bluff di associazioni di categoria impegnate unicamente a preservare i propri apparati e sempre più lontane dai problemi degli associati. Viene da raccontare ancora di una Regione governata a suon di tagli del nastro e che sbandiera un Testo unico sulla legalità come la panacea a tutti i mali, come il marchio di una antimafia in realtà stantia e inutile, come il raccoglitore sul quale mettere tutti d’accordo. Una Regione il cui presidente Stefano Bonaccini è stato eletto con meno del 18 per cento degli aventi diritto ma che si comporta come un piccolo monarca. Boriosamente sicuro. Teatralmente democratico. E che - lo ribadiamo ancora - dice bugie quando parla di «ricostruzione post-sisma modello in Emilia». Le dice lui e le dice Renzi. Viene da raccontare delle piccolezze di una Modena dove le attività per la promozione del centro storico sono gestite da una pensionata come Maria Carafoli la quale, dopo le prime lievi critiche del nostro giornale, convinse gli associati della sua Modenamoremio a toglierci tutta la pubblicità. Di una Modena piccola dove c’è anche chi telefona per salutare premettendo un ‘ma non dirlo a ne ssun o’. Solidarietà anonima... La nuova frontiera della privacy. Di una Modena meschina che una piacere si ripaga con una pubblicazione, che una pubblicità non è mai pubblicità e basta. Perchè una mano lava l’a l t ra . Viene da raccontare delle prossime prodezze urbanistiche che la giunta Muzzarelli sta immaginando. A partire dal futuro mega-contenitore Sant’Agostino, che si vorrebbe far realizzare a Integra (ex Ccc di Domenico Trombone) senza neppure rifare il bando (nonostante il progetto sia stato stravolto e i costi raddoppiati: 120 milioni). E ancora delle liti di una opposizione pateticamente concentrata su se stessa, di una polizia municipale usata come bandierina sul fronte-sicurezza, di Fondazioni-scuola create solo per aprire l’ennesimo varco al concetto di servizio-pubblico, di una politica culturale che spende 550mila euro per una mostra data in mano a Massimo Bottura, 200mila euro per una mostra di figurine di proprietà e 800mila euro per spettacoletti ai Giardini assegnati a un ex contestatore come Marco Miana. Di una Libera e di una Enza Rando che si permette di dare patenti di «mafiosità» a chi fa domande. Di un ordine dei giornalisti silente davanti allo scandalo delle cene pagate ai giornalisti dalla Regione: che il problema non erano le malefatte di Grassi, ma il metodo. E quello non è cambiato. Di un sistema-coop che a Modena domina nella grande distribuzione, nel welfare, nell’editoria televisiva, nell’edilizia (e qui nulla hanno a che vedere le eventuali ironie sulle attività da costruttore del nostro editore che mai ha influenzato la redazione da questo punto di vista). Verrebbe da raccontare tutto questo. Magari anche con frenesia, «convulsione», eccesso. Va bene, sì. Anche eccesso. E allora? Si può fare. Anzi, abbiamo pensato fosse doveroso farlo. Giusto. Al di là di autoreferenziali e inutili «corsi obbligatori». Ma il problema non è quello. Non è l’eventuale «eccesso ». Il problema è che non c’è più tempo. Almeno per noi. Almeno per adesso. Perchè qui si chiude. Come un bar. Sì. Come un bar... E così non resta che respirare a lungo. Lentamente. Senza rimproverarsi nulla. Senza rimorsi professionali. Prendere l’auto e salire sulla montagna più vicina. Appoggiare lo zainetto e guardare il panorama di questa calda fine di ottobre. Guardarlo e uscire di scena a testa alta. Dopo l’ultimo brindisi. Ripromettendosi di raccontare un giorno, ormai vecchi, seduti su una sedia di plastica di una osteria di campagna: «Sai, una volta io lavoravo in una roba che si chiamava Prima Pagina...»

Giuseppe Leonelli


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