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Celebrazioni Pavarotti, operazione raffazzonata, banale e in economia

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Luciano Pavarotti merita di più. Molto di più. E per quanto mi riguarda, una nuova versione di 'Pavarotti & Friends'


Celebrazioni Pavarotti, operazione raffazzonata, banale e in economia

Sono già trascorsi dodici anni dalla scomparsa di Luciano Pavarotti e Modena si prepara a celebrarlo. Forse. Il progetto prevede l’esecuzione il 6 settembre del “Requiem” di Ruggero Leoncavallo, nella prima esecuzione italiana della ricostruzione elaborata da József Ács. La scelta, certamente interessante, vuole ricordare il compositore antagonista di Puccini per la “Bohème”, che scomparve a Montecatini Terme il 9 agosto 1919, cent’anni fa. Quindi si celebra Leoncavallo e Pavarotti: di tutte le iniziative presentate, mi pare quella più intelligente. Ma poi si prosegue con un recital di Fiorella Mannoia, che duettò con il tenorissimo in “Pavarotti & Friends” nel 2001. La versione “pop” di Big Luciano destò molte perplessità anche nella sua Modena. Pareva un sacrilegio, che un cantante lirico con una voce così straordinaria si mettesse a fare lo showman con artisti che provenivano da un altro contesto musicale. Tra i “perplessi” e con umiltà c’ero pure io, a quel tempo insegnante al Vecchi Tonelli; ebbi la fortuna di chiedere al Maestro la ragione di questa scelta e ricordo che Pavarotti mi rispose pressapoco con queste parole: «Hai visto quanti capelli bianchi ci sono in teatro? Se non si fa qualcosa per avvicinare i giovani alla grande musica, fra qualche decina d’anni la lirica scomparirà. Bisogna fargliela ascoltare. I ragazzi verranno per vedere Sting ed io propongo loro “Panis Angelicus” e “La donna è mobile”. Qualcuno diventerà curioso...». Vedeva lungo, Big Luciano. Ma questo recital di Fiorella Mannoia, apprezzabilissima interprete, mi pare più un’operazione di richiamo e cassa, più che di ricordo e celebrazione. Lo spettacolo ha quale titolo “Luciano, un abbraccio senza confini” e sarà presentato da Cristina Parodi: due nomi d’indubbio richiamo, appunto.

A ottobre, poi, il Teatro proporrà la “Bohème” di Giacomo Puccini, opera con la quale il ventiseienne Pavarotti esordì al Municipale di Reggio Emilia il 29 aprile del 1961. Ci sta, ma meno comprensibile sono gli altri appuntamenti con “La catena di Adone” di Domenico Mazzocchi e “Dido and Aeneas” di Henry Purcell, quello nell’ambito del Festivalfilosofia che avrà quale titolo “Lo scambio di persona”: un allestimento degli allievi della Masterclass di Raina Kabaivanska, tratto da “Don Giovanni” di Mozart. Tutte proposte d’indubbia valenza musicale, ma il risultato mi sembra un po’ quei cocktail di tante cose slegate tra loro, ma versate insieme alle quali si dà poi un nome: Pavarotti.

Anche la Corale Rossini andrà in scena, e ha un suo senso come lo ha il concerto previsto il 12 ottobre e dedicato ai giovani talenti che Pavarotti cercava sempre d’aiutare, ma che c’azzecca il concerto e masterclass di Cristina Zavalloni con il Maestro?

Tutta quest’operazione mi pare raffazzonata, banale, furbacchiona, in economia. Luciano Pavarotti merita di più. Molto di più. E per quanto mi riguarda, una nuova versione di “Pavarotti & Friends” con i migliori giovani cantanti vincitori dei concorsi internazionali, chiamati a Modena per essere valutati da Josè Carreras, Placido Domingo e Leone Magiera per conquistare il “Pavarotti International Award” in una tre giorni che veda esibirsi, tra un’aria e l’altra, anche artisti di fama mondiale del rock, del pop, del traditional, mi pare sempre l’idea migliore. “Costerebbe un patrimonio!” commenteranno gli addetti ai lavori o quelli che sanno sempre tutto. Ma se Modena, con le sue eccellenze, con la sua capacità organizzativa, promozionale, di “fare denaro” non è in grado di proporre un evento internazionale, è meglio che si occupi di gnocco e tigelle e lasci ad altri l’impegno di celebrare il Maestro, come è già avvenuto.

Massimo Carpegna



Redazione La Pressa
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