‘Non siamo né un giorno né vita…’ In una delle sue poesie più belle ha elencato cosa non siamo. Eppure, forse senza volerlo come un Maestro del dubbio, ha indicato ad almeno tre generazioni quello che potevano essere, ha mostrato l’utopia che era più pericoloso rinnegare piuttosto che follemente seguire. Ha gridato Addio al mondo inventato del villaggio globale, ha chiamato l’America nazione di bigotti, ha accarezzato la tragedia disumana del lutto immaginando che Tu ancora mi ascolti e che come allora sorridi.
Ha riletto i Classici disegnando un Cyrano la cui rabbia enorme pretende giganti e un Don Chisciotte che insegna a ogni Sancho a non tirarsi indietro davanti al male e al potere. Tetro. Ha indicato un Dio fuori dai dogmi, che muore ma che risorge nel mondo che faremo, lasciando ai materialisti le ghiande da maiali perché rinunciare alle ali non ha nulla di umano. E in fondo nemmeno di razionale.
Ha sorriso al sogno anarchico di una locomotiva, ha gridato con orgoglio la propria rabbia avvelenata, ha sussurrato la nostalgia di un Eskimo innocente, ha affrontato l’abisso di Auschwitz e il dialogo eterno tra un vecchio e un bambino a cui piacciono le fiabe.
Ora Guccini è morto, e un po’ come per il suo Che Guevara qualcosa è finito. Non c’è più e - come ogni Fine - apre un abisso di vuoto, una nostalgia alla quale non si riesce a dare un nome mescolata alle domande eterne del dove, del chi e del perché.Resta quello che ha detto e che ha cantato. Rimane il coraggio che ha dimostrato nello scavare nel suo animo, scoprendo - quasi per caso - che costruendo sulle macerie dell’andare a fondo ha realizzato un dipinto nel quale in tanti si sono specchiati.
Restano i suoi inevitabili errori, i misteri che non troveranno mai soluzioni, le strumentalizzazioni politiche subite e quelle cavalcate, più o meno consapevolmente. Resta l’ultimo pacchetto di sigarette e il bicchiere di vino sul suo tavolo in formica a Pavana. Resta il suo Dono, così difficile da capire se non hai capito già.
Giuseppe Leonelli

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