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Le lettere d'amore di Ferrari vendute ad un collezionista straniero per 36.000 euro

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All’asta anche i gioielli di Fiamma Breschi, musa ispiratrice di Ferrari, tra cui un solitario regalatole proprio da Enzo Ferrari aggiudicato per 19.000 euro.


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L’epistolario segreto e affettuoso (142 lettere scritte dal 1958 al 1970) andato all’asta ieri a Firenze finendo in mano a un collezionista straniero per trentaseimila euro è un romanzo lungo 30 anni fatto di segreti, amore, morte, affari, bellezza e vita, dove muri impenetrabili cadono per svelare un volto inedito di uno degli uomini che hanno fatto l'Italia.

L'incipit è nel settembre del 1958 e ha toni formali, di circostanza. 'Cara signorina Fiamma'. Poi, l'epistolario tra il patron del Cavallino rampante e la bionda signora della Formula 1 spazza via il riserbo. Il lei si trasforma in tu. L'estro dei vezzeggiativi coniati da Ferrari si fa sempre più confidenziale: 'signorina Bertuccia', 'Filoritorto', 'Fiammifero', 'Testa dura non di legno', 'Amica delle macchine e delle nuvole'. La 'maschera di ferro' che Ferrari stesso confessa, in una lettera, di dover indossare ogni giorno scioglie i propri nodi, e sotto c'è il volto di un uomo persino sentimentale, capace di soccorrere il dolore di Fiamma, e di circuirne la forza. Piedistallo di un legame che durerà fino alla morte di Ferrari, nel 1988.

C'è anche la parola amore, in queste lettere. Una, inizia con 'Cara, futura signora'. E tra i goielli, risplende un anello d'oro bianco con brillante regalato da Ferrari  nel 1971, del valore di 15.000 euro.  Forse la proposta di matrimonio di cui Fiamma Breschi ha parlato più volte, e che rifiutò.

Fiamma Breschi, morta a Firenze nel 2015, non si sposò mai e dopo il dolore per la morte dell’amato, continuò a frequentare le corse dopo aver conosciuto Enzo Ferrari con il quale intraprese un rapporto epistolare quotidiano (le lettere dell’ingegnere in inchiostro viola furono comprate dal figlio Piero qualche anno fa, prima di finire all’asta). Quale sia stato davvero il rapporto tra Enzo e Fiamma non è dato a sapere, ma l’influenza che la signora ebbe su Ferrari è stata chiara. Almeno a sentire quello che lei ha scritto nel suo libro (“Il mio Ferrari“, Mursia editore) e raccontato in varie interviste. Tra le lettere andate all’asta da Maison Bibelot a Firenze ce n’era anche una di Sergio Scaglietti in cui il carrozziere riconosce a Fiamma il merito di aver introdotto il colore giallo sulle Ferrari.

Eccone alcuni stralci.  “Il giallo a me è sempre piaciuto, era anche il colore del casco di Luigi. Un giorno mi faccio un vestito di un bel giallo, tutto stretto, con un giacchino sopra, e penso che quel colore sarebbe stato proprio bene su una Ferrari. Vado allora da Boano, che era uno dei migliori carrozzieri sulla piazza: ‘Mi fai questo giallo qui?’. Lui ci lavora quindici giorni, poi mi chiama: ‘Mi dispiace, non mi viene, questo giallo schianta’. Allora vado da Scaglietti, che la prende un po’ come una sfida visto che Boano non era riuscito. Mi chiama otto giorni più tardi – mi confesserà poi che ci aveva lavorato giorno e notte – per dirmi che ce l’aveva fatta”. Una 275 GTB di questo colore, col muso lungo (“Anche quella fu una mia idea, la proposi io a Ferrari facendo uno scarabocchio su un disegno della versione originale ispirandomi al cofano dell’auto che guida Crudelia De Mon in un cartone animato”), va al Salone di Ginevra ma è un disastro, non piace a nessuno. “Non capivo”, riprende Fiamma. “Poi l’ho vista: avete presente un bicchiere di vino bianco annacquato? Ecco, era così. Però mica mi sono arresa e al Salone di Parigi fu mandata un’altra 275 GTB, gialla come dicevo io. Il resto è storia nota”.

«Mi ha scritto per anni . Conservo ancora le decine e decine di lettere che mi ha spedito. Fogli di carta coperti da un inchiostro viola che usava perché credeva fosse «simpatico», che sarebbe cioè svanito con il tempo. Non è stato così ed ancor oggi il Drake mi parla ancora attraverso le sue lettere».

«Conobbi Ferrari la prima volta nel 1953 e l’ultima volta che l’ho visto è stato nel 1987. E’stato un grande uomo, con tanto cervello. Un difetto? Pretendere il massimo dalle persone».

“Quando l’ho conosciuto Ferrari aveva i calzini corti e i pantaloni ascellari. Poi negli anni siamo entrati sempre più in confidenza e gli ho consigliato (dice “consigliato” ma l’espressione furba che ha stampata sul volto suggerisce “imposto” ndr) di vestirsi in maniera diversa. Più elegante, più moderno, gli sceglievo le cravatte. E lui, che era una persona intelligente, mi assecondava perché capiva che la sua figura ne guadagnava”.

Ferrari era un uomo sopra il naturale: io un’intelligenza così non l’ho mai incontrata altrove. Ferrari era un uomo onesto e furbo da morire. Con la vita aveva un rapporto da divoratore e occupava tutto lo spazio delle persone che gli erano intorno, fossero i suoi piloti, i suoi figli o le sue donne. È stato un costruttore di macchine e un distruttore di uomini, ma se entravi nella sua orbita avresti dato qualunque cosa per non uscirne”.

“Tra di noi c’è sempre stato un equivoco di fondo: io volevo un ruolo nel mondo delle auto, lui pensava che mi bastasse vivere nel suo cono di luce. ‘Quando ti ricapita una fortuna del genere?’, mi diceva mia madre. Infatti non è più capitata ma io non ho mai smesso di amare il mio uomo, Luigi Musso, ed è così ancora oggi”.



Redazione La Pressa
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