In attesa che ciò avvenga il Comitato ha inteso fare il punto su alcuni aspetti, sia organizzativi che di contenuto, del workshop, che non avrebbero funzionato, frutto anche di alcuni 'equivoci' capaci di complicare il rapporto con l'amministrazione comunale. Il tutto in documento redatto dal Comitato che per completezza e chiarezza delle posizioni assunte, riportiamo integralmente.
'Nelle cinque giornate del workshop, si sono susseguiti gli interventi di numerosi accademici e qualificati studiosi che hanno ben inquadrato la generale problematica progettuale dei parchi storici, in particolare quello assai puntuale di Gian Luca Simonini, indiscussa autorità in materia di Parco Ducale, che tuttavia non ha potuto terminare l’intervento causa il rigido protocollo sui tempi fatto rispettare.
L’architetto Giuseppe Lipparini, invitato in qualità di presidente del Comitato, ha illustrato il percorso, dal 2016, dei rapporti di collaborazione con l’Amministrazione Comunale e l’Università di FI e sottolineato le suggestive connessioni paesaggistiche ed ambientali del parco con il limitrofo comprensorio storico-archeologico del “Castrum Feronianum” di romana e bizantina memoria.
Ha potuto anche chiarire due equivoci di fondo che hanno offuscato non poco i rapporti con l’Amministrazione Comunale
Il primo è stato il giudizio sulla tesi di laurea presentata nel 2018 dalla stessa A.C. come Masterplan del parco e ritenuta, viceversa, dal Comitato inadeguata per tale ruolo. Nel corso del seminario è stato precisato dall’Università di Firenze come quel lavoro sia stato molto utile ai fini del rilievo, (seppur limitato all’ambito centrale del parco) e comunque solo propedeutico all’elaborazione del
Masterplan, come infatti richiamato all’inizio.
Il secondo equivoco, chiarito da Lipparini anche nel corso della tavola rotonda conclusiva, concerneva una nostra presunta concezione del restauro legata alla riproposizione nostalgica dell’assetto come desunto dalla mappa, ormai famosa, del 1858.
Abbiamo sempre proposto viceversa un’idea di recupero che, in linea con l’approccio scientifico
autorevolmente presentato a più riprese nel corso del seminario, tenesse conto sia della documentazione sul parco, sia delle modifiche irreversibili intervenute, sia del mutato contesto socio-economico, ma ancorato alla natura profonda del parco quale solo la mappa può restituire; vale a dire quella combinazione di forestazione (parte sotto strada) e paesaggismo (parte sopra strada) che è l’aspetto peculiare della sua fisionomia e, come tale, degna di essere tutelata e tramandata.
Ha sostenuto pure che quei punti cardine e quell’anima, che studiosi come Rallo, Galletti e Simonini hanno invitato ad approfondire per l’allestimento del progetto, sono confluiti di fatto nel termine “ La Pineta “, nome che i pavullesi hanno sempre dato al parco per denotare il suo carattere prevalentemente incentrato sulle conifere.
Da qui la nostra sollecitazione per il recupero del settore a valle della Giardini, il più antico bosco di conifere del parco (1821), sfigurato dall’inevitabile taglio degli abeti rossi ammalorati e in preda oggi al proliferare di un sottobosco di rovi. Da qui, ancora, la nostra insistita richiesta del ripristino della quinta sempreverde del rettifilo d’ingresso al paese, La Montata, che ha rappresentato da sempre l’immagine identitaria di Pavullo.
parte del Comitato, ma di precise e ben fondate indicazioni progettuali.
Quanto al presunto declino irreversibile dell’abete rosso, impropriamente esteso per analogia da taluni a tutte le conifere e preso a pretesto per assecondare l’attuale processo spontaneo di sostituzione con latifoglie autoctone, Lipparini ha ricordato un elenco di essenze alternative, proposte da specialisti e anche già presenti in zona, come l’abete di Cefalonia, l’abete di Douglas, l’abete Nordmanniana, il Pino
Silvestre particolarmente diffuso nella zona di Poggio Castro, per non citare ovviamente la Tuia gigante, il Cedro del Libano, la Sequoia Gigante, l’abete Bianco che fanno bella mostra di sé negli esemplari monumentali del parco.
A miglior riprova di tale orientamento, di fatto prevalente finora con l’attuale A.C. , si ricorda che dal 2016, a fronte di una perdita di circa 3000 piante di Abete Rosso non è stata messa a dimora una sola conifera favorendo così l’alterazione dell’aspetto più peculiare del Parco Ducale, un parco montano già definito da Simonini sorta di “ unicum ” nel panorama nazionale dei giardini storici'

