È stato disposto anche un sequestro di 24 siti in esecuzione di provvedimenti delegati dalla direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica di Bologna, per iniziativa del sostituto procuratore Stefano Orsi. Tutto il 'giro' partiva da Prato e dalle sue ditte tessili cinesi. Lungo la 'filiera', lo smaltimento si consumava senza soluzione di continuita', nell'ambito di un ciclo 'senza fine' centrato sui sacchi neri da 110 litri, che venivano riempiti di ritagli di lavorazioni industriali tessili, quindi rifiuti speciali non certo da buttare nei cassonetti.
Tenuto conto di un costo di smaltimento dai 150 ai 170 euro a tonnellata, finora sono stati sequestrati 9.000 metri cubi, piu' o meno pari a 3.000 tonnellate e pari quindi a 500.000 euro. Ma, spiegano i Carabinieri in conferenza stampa nel comando di Modena, i sequestri sono tuttora in corso e si prevede di arrivare attorno a quota 20.000 metri cubi.
I due fautori del traffico sono gli unici due arrestati, anche se le persone denunciate sono in tutto 18: uno, un 53enne veneto, era considerato l'esperto di rifiuti e procacciava clienti (le aziende che dovevano smaltire) mentre l'altro, un 40enne lombardo, operava come una sorta di contabile-mediatore e fra l'altro era gia' in carcere a seguito di un'altra indagine sempre sui rifiuti. Era quest'ultimo a tenere i contatti con le ditte occupandosi dei pagamenti. Entrambi gli arrestati avevano precedenti per ricettazione e truffa, ed e' spuntata anche un'interdizione dai pubblici uffici per 10 anni, ma col traffico appena sgominato non conducevano una vita agiata: era la loro unica fonte di sostentamento, in sostanza erano delinquenti di basso livello.
Nel modenese avevano contatti con due soggetti, uno di Pavullo e uno di Modena, finito tra i deferiti.
Tra le destinazioni della spazzatura illegale c'erano siti nel Veneto ma anche in Lombardia, in alcune parti della Toscana, nelle aree di Livorno e della stessa Prato, in Emilia-Romagna. I sacchi, concretamente, venivano presi tali e quali dai trasportatori e condotti nelle ditte non autorizzate al recupero. L'obiettivo era quello di trasformare i rifiuti, attraverso operazioni di recupero finte, senza alcuna scheda tecnica, in materia prima secondaria o sottoprodotto, per poi trasportarli e abbandonarli dentro i capannoni industriali.
Il tutto all'insaputa dei loro proprietari, come nel caso dei signori di Pavullo, ai quali e' stato cosi' provocato un danno economico doppio, costituto sia dalla preclusione alla disponibilita' dell'immobile sia delle eventuali onerose spese di smaltimento e recupero dei rifiuti abbandonati. Senza considerare l'ulteriore danno legato all'eventuale incendio del materiale.

