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Pd, la candidatura della De Micheli serve solo a bruciare la Schlein

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Loro litigheranno, lo Stefano nazionale salverà il partitone. Ma è davvero il leader il problema del PD?


Pd, la candidatura della De Micheli serve solo a bruciare la Schlein
Il PD ha perso clamorosamente le elezioni: il risultato è diversi punti sotto le aspettative e gli stessi dirigenti hanno espresso forti perplessità sulla gestione Letta. Che non s’è dimesso, da ottimo democristiano, sperando in chissà che. Dopo aver fatto scelte strategiche inspiegabili, come estraniare l’alleato Conte perché avrebbe osato contestare Draghi; alleandosi nel contempo con Fratoianni, che non avrebbe mai fatto un governo né con Draghi né con il PD; inimicandosi così Calenda, che vale il doppio di Fratoianni ed è il massimo (finto) estimatore di Draghi; per tenersi però Di Maio: quello del “partito di Bibbiano”, che avrà allontanato minimo un 5% di voti di elettori potenziali per il disgusto, facendo perdere tanti collegi. Per fare poi liste altrettanto inspiegabili, paracadutando un po’ ovunque candidati impresentabili, ovviamente non come persone ma per immagine o collocazione.

Uno per tutti: il sindacalista dei braccianti della Puglia nel collegio della laboriosa e accogliente Modena: che infatti, offesa, ha votato di là. Per fare scelte di campagna elettorale altrettanto inspiegabili, come i cartelli #SCEGLI con il rosso e il nero: mettendo a confronto idee ormai prevalenti fra la gente che fatica davvero a restare a galla, quelle nere, e idee di alta filosofia per pochi eletti da ZTL, quelle rosse, spostando di fatto voti verso il nero della Meloni. Morale: 18 punti di distacco e solo 5 uninominali al Senato in tutta Italia, con poche vittorie risicate nelle regioni rossissime.

Il PD finirà nelle mani di Bonaccini, come era già previsto dopo Zingaretti. Ci poteva essere il rischio-Schlein, ma Bonaccini l'ha già evitato con la fuga in avanti della De Micheli, giunta giusto in tempo per bruciare la sua furbissima rivale donna.

Loro litigheranno, lo Stefano nazionale salverà il partitone. Ma è davvero il leader il problema del PD?

Un partito che da quando è nato fa congressi fiume che partono dai circoli per arrivare a Roma, o il contrario se serve, con primarie e controprimarie, mozioni e contromozioni, con decisioni avallate e votate da strati e strati di organi dirigenti comunali, provinciali, regionali, nazionali, può davvero dare la colpa solo e esclusivamente al Segretario di turno? Un partito che ha eletto Veltroni all’unanimità bruciando Prodi, per poi perdere clamorosamente le subitanee elezioni indette per procura da Mastella; un partito che ha eletto Renzi all’unanimità bruciando Letta, per poi perdere clamorosamente il Referendum dei pieni poteri ai Boschi; un partito che ha richiamato “vendicator” Letta per bruciare quanto restava di Renzi e dei renziani, come un curatore fallimentare a sua volta sacrificabile; un partito così può davvero incolpare il segretario di turno dei disastri del partito?

Sarebbe come ammettere che i militanti non contano niente, che tutto quanto venga deciso durante i congressi è aria fritta e che tutto è già stato deciso da chi conta - esattamente come in tutti gli altri partiti. Forse è proprio il partito stesso che non ha mai avuto un senso: che non fosse gestire il potere, ovviamente.
Magath


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