Articoli Politica

La 'non area' nomadi di San Matteo: 12 anni fuori dalle regole

La 'non area' nomadi di San Matteo: 12 anni fuori dalle regole

Rifugio e base anche per autori di reati a fianco del viadotto Tav, eletta anche domicilio per pregiudicati e del 20enne accusato di omicidio stradale. L'impegno dell'ex sindaco Muzzarelli a superarla, le richieste inascoltate di chiuderla dell'opposizione. Giacobazzi (Forza Italia): 'Dopo i fatti di sabato, il Comune non ha più scuse: lo chiuda'. Oggi la questione aree nomadi torna in consiglio comunale


4 minuti di lettura

La storia del campo nomadi (nemmeno registrato come tale e nemmeno registrato), di San Matteo, rappresenta un vulnus politico e giuridico che a Modena si trascina da oltre dieci anni, sempre uguale a se stesso, bolla di illegalità e insicurezza, che nessuno, al governo della città.

 


Tutto comincia in un’area agricola lungo la Canaletto, un terreno comunale classificato come zona ad alta vocazione ambientale, dove non sarebbe dovuto sorgere nulla. E invece, nel tempo, quel pezzo di terra che come unica utilità poteva avere quella di rappresentare un punto di accesso con rampa all'argine del Secchia, diventa interdetta, un insediamento di fatto, abitato da alcuni nuclei familiari apolidi provenienti dalla Bosnia Erzegovina, persone abituate a spostarsi tra Francia e Italia e che, per ragioni diverse, finiscono per fermarsi proprio lì.

 

Ciò che non dovrebbe essere concesso a nessuno (accamparsi con i propri caravan a pochi metri dal viadotto Tav, dove c'è solo una spianata di terra e ghiaia da riporto senza acqua, ma tanti rifiuti), viene concesso loro. E non per una settimana o un mese, cosa già incredibile di per se, ma per un anno e oltre. E questo motivato da ciò che da subito sembrò paradossale.
Spazio ADV dedicata a Società Dolce: fare insieme
Di due nuclei familiari facevano parte in momenti diversi due persone autori di diversi reati (ricordiamo che diversi componenti fecero parte anche della cosiddetta banda di rapinatori dei bancomat, sgominata nel corso di una vasta operazione che riguardò il nord-Italia), condannati a scontare gli arresti domiciliari.

 

E poiché la legge prevede che la pena venga scontata presso il domicilio del nucleo familiare in grado di assistere il condannato, quel campo abusivo dove nessuna regola urbanistica, civile ambientale veniva rispettata, diventa improvvisamente un domicilio riconosciuto. Di fatto.
Da quel momento, per anni, l’insediamento non può più essere toccato. E ciò che era nato come una presenza temporanea irregolare si trasforma in una situazione stabile, sospesa tra illegalità e tolleranza.


Nel 2015, rispondendo a un’interrogazione consiliare, l’assessore comunale Giuliana Urbelli descrive la situazione con una sincerità che già allora lasciava intuire l’impasse. Spiega che l’area non è censita, non è una microarea, non ha infrastrutture, non è attrezzata per ospitare nessuno. Racconta che i nuclei presenti non sono residenti a Modena e che l’Amministrazione si trova “indotta” a intervenire solo perché ci sono persone agli arresti domiciliari che devono essere assistite. Il Comune ed i cittadini modenese inizia anche a sostenere spese per mantenere una situazione ambientalmente, socialmente e urbanisticamente, difficile.
Viene installata a anche la fornitura di acqua e un servizio di raccolta rifiuti. Altro paradosso almeno visivo in un area dove vengono create delle microdiscariche che non di rado vengono bruciate. Aggiungendo roghi a quelli che normalmente di inverno vengono generati per scaldare. Ci sono tanti minori, che non vanno a scuola e che il comune prova con difficoltà ad inserire.

Il sindaco Muzzarelli risponde diverse volte in consiglio comunale alle ripetute interrogazioni consigliari. Oltre al resoconto dei controlli che vengono fatti, annuncia l'impegno al superamento dell’area. Promesse che non hanno mai trovato un seguito. Nel 2021, il sindaco torna sull’argomento, ricordando che l’area è agricola, che non è destinata a insediamenti, che tutto è nato dagli arresti domiciliari del 2014. Aggiunge che nell’area vivono quattro nuclei, tredici persone, nove minori. Che i Servizi Sociali portano cibo, combustibile per le stufe e assistenza medica. Ciò non servirà a salvare un bambino piccolo che affetto da una patologia e febbre alta, al freddo, morirà in ospedale. Una tragedia che non basta per fare chiudere quel simbolo di illegalità. Passano gli anni e il campo è ancora così.
L'ex sindaco Muzzarelli rilancia l'impegno a trovare, anche attraverso Diocesi ed associazioni, una soluzione, anche perché nel frattempo i presupposti legati agli arresti domiciliari dei pregiudicati, decadono. L'impegno cade, ancora una volta, nel vuoto. Nessuno, fino ad oggi, ha più trovato una soluzione. Quella che oggi i consiglieri di opposizione che già in passato la avevano ripetutamente chiesta, tornano a portare ul tavolo del sindaco di centro-sinistra di turno. Oggi anche all'interno di una interrogazione in discussione nella sefuta dal consiglio riguardante lo stato delle aree nomadi in città presentata dal Consigliere comunale Piergiulio Giacobazzi.

“Lo abbiamo chiesto per anni, portando il caso più volte in Consiglio comunale, e lo ribadiamo oggi di fronte all’ultimo gravissimo fatto di cronaca che ha riportato alla ribalta Il campo nomadi abusivo a San Matteo, dimora del giovane ritenuto responsabile della morte di una donna. Quell’area, trasformata in rifugio per criminali, va definitivamente sgomberata. Un’area priva di regole, abitata da persone che delinquono ed in cui vivono minori senza prospettive e in pericolo quotidiano se non avviati al crimine, non può continuare ad essere tollerata. Il Comune ha il diritto-dovere di mettere fine allo scempio e ad eliminarla dalla mappa di Modena' - afferma il Capogruppo Forza Italia
'Più volte abbiamo chiesto verifiche puntuali, interventi costanti e soprattutto la chiusura definitiva di quell’area. Ora il comune non ha più scuse: se il problema è che all'interno vi siano soggetti agli arresti domiciliari, allora che scontino la pena in carcere in modo da liberare il campo. Continuare a non intervenire significa accettare che esista, nel territorio comunale, una zona franca sottratta a ogni regola. Questo non è compatibile con una città che vuole dirsi sicura, giusta e rispettosa dei diritti di tutti” - conclude Giacobazzi.

Nella foto, l'area nomadi di sera, con un fuoco acceso tra i caravan


Foto dell'autore

Nato a Modena nel 1969, svolge la professione di giornalista dal 1995. E’ stato direttore di Telemodena, giornalista radiofonico (Modena Radio City, corrispondente Radio 24) e consigliere Corecom (C...   

La Pressa
Logo LaPressa.it
Spazio ADV dedicata a Udicon

Da anni Lapressa.it offre una informazione indipendente ai lettori, senza nessun finanziamento pubblico. La pubblicità copre parte dei costi, ma non basta. Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci segue di concederci un contributo. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di lettori, è fondamentale.

Articoli Correlati