Oggi si celebra infatti la Giornata nazionale dedicata al personale infermieristico, ma per le corsie dell’AUSL di Modena non c’è nulla da festeggiare. Gli elenchi degli atti dell'azienda sanitaria sono piene di cessazioni volontarie dal servizio. Prendiamo in esame solo gli ultimi giorni: sono sei le cessazioni volontarie del contratto tra gli infermieri. Non si tratta di precari a caccia di stabilizzazione, ma di professionisti spesso assunti a tempo indeterminato e con esperienza. Due che hanno detto basta sono due infermieri 'senior'. A rendere il quadro ancora più cupo è il silenzio sul fronte degli ingressi: a fronte di queste uscite, non si vedono, nello stesso elenco, formalizzazioni di nuove assunzioni. Ma l’emorragia di professionisti in fuga non riguarda solo gli infermieri. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, l’AUSL ha perso pezzi in ogni settore: un assistente amministrativo, due dirigenti medici e un operatore tecnico specializzato hanno rassegnato le dimissioni.. Il 'posto fisso' nella sanità pubblica non è più un traguardo, ma un peso da cui liberarsi.
La crisi modenese è lo specchio di un collasso sistemico. Tullia Bevilacqua, segretario regionale UGL Emilia-Romagna, delinea oggi uno scenario emergenziale. 'Secondo la Corte dei conti, la carenza in Italia è di 65.000 infermieri, ma è una stima al ribasso. In Emilia-Romagna certifichiamo una carenza di 4.000 unità nel 2025, dato destinato a peggiorare drasticamente nel 2026. Tra pensionamenti, abbandoni e fuga all'estero, le aree metropolitane sono al collasso'.
A livello nazionale, i numeri forniti da Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del sindacato Coina, parlano di 23mila dimissioni volontarie dal SSN nel solo 2024. 'Molti scelgono il privato, le cooperative o l'estero perché non reggono più ritmi e condizioni di lavoro, specialmente nelle aree di emergenza-urgenza e pronto soccorso», spiega Ceccarelli.
Oltre alla stanchezza, c'è quella che diversi senza mezzi termini chiamano l'umiliazione economica. Il rapporto Health at a Glance 2025 evidenzia un abisso salariale: un infermiere italiano percepisce mediamente 13mila dollari in meno rispetto alla media OCSE. 'Non si possono chiedere responsabilità europee pagando salari che restano del 20-25% inferiori ai principali Paesi vicini', chiude Ceccarelli.
De Pascale e Fabi: 'E' emergenza. Dobbiamo invertire la rotta con un salto culturale'
'È una delle grandi emergenze del sistema sanitario nazionale, sia la fuga verso l'estero che la scarsa appetibilità della professione- continuano presidente e assessore-. Non possiamo fare affidamento solo sul senso della missione degli infermieri e delle infermiere e non è nemmeno questione di singoli rinnovi contrattuali. Serve un cambio culturale radicale, nella revisione del profilo professionale, che può essere ampliato, nella possibilità di crescita anche con percorsi di studi, riconoscimento dei master, delle lauree magistrali, non solo per ruoli direzionali ma anche per ruoli specialistici che aumentino la possibilità di veder riconosciuto il ruolo, e un cambio radicale anche del sistema retributivo'.
'Oggi gli infermieri italiani guadagnano meno di tutti i loro colleghi europei, di larga parte dei loro colleghi in tutto il mondo- concludono-. L'attrattività verso l'estero è molto ridotta nel nostro Paese e dobbiamo portare un cambiamento radicale. In Emilia-Romagna lo vogliamo fare con percorsi di studio dedicati fin dalle superiori, con il lavoro di squadra, con le università per potenziare i corsi, con strumenti ad hoc legati alle retribuzioni, ma soprattutto, lo dobbiamo fare ogni giorno riconoscendo lo straordinario ruolo che gli infermieri e le infermiere svolgono nel nostro servizio sanitario'.



