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Modena, la scusa del 'bene comune' per continuare a conservare potere

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Si maschera dietro la preoccupazione per il bene del popolo la volontà di restare a tutti i costi abbarbicati al proprio ruolo


Modena, la scusa del 'bene comune' per continuare a conservare potere

Egregio Direttore,
desidero ringraziarla per il commento fatto (qui l'articolo) al messaggio pasquale dell'Arcivescovo di Modena (nella foto) perché ritengo che il richiamo alla 'rigenerazione' implichi la necessità di riconoscere le proprie “morti” e tolga così l'alibi del pensare che sia possibile un cambiamento indolore che non metta mai in crisi la propria posizione.

Purtroppo questo messaggio di un tono insolitamente severo, come lei ha sottolineato, pare caduto in un assordante silenzio. Ciò in realtà non mi stupisce perché una lettura anche solo 'laica' della storia evangelica ci ha richiamato in questi giorni come i capi del popolo ebraico abbiano condannato a morte Gesù per paura di perdere il proprio potere, per timore del fatto che il popolo amava Gesù, spaventati dall'autorità con cui aveva scacciato i mercanti dal tempio e non esitava a denunciare l'ipocrisia di chi strumentalizzava la fede per difendere i propri privilegi sociali.

Anche Pilato finì per condannare un uomo evidentemente innocente per paura di perdere il suo potere perché accusato di essere 'nemico di Cesare'.
Ma c'è un ultimo alibi che il potere ha usato per non essere messo in discussione, per imboccare invece quella che l'arcivescovo chiama la 'circonvallazione della tomba': il richiamo al 'bene comune'.

In questi mesi molti hanno usato questa espressione del 'bene comune', tanti hanno concordato sulla necessità di convergere su questa preoccupazione ma non ho sentito che a questo si accompagni una seria revisione del proprio modo di gestire il potere. Mi spiego meglio; Giovanni racconta così (Gv. 11,47-50) la decisione dei capi di uccidere Gesù: 'Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera»'. Ecco qui usato in modo strumentale al mantenimento del proprio potere la categoria del 'bene comune': 'meglio che muoia un uomo solo che la nazione intera', così si maschera dietro la preoccupazione per il bene del popolo la volontà di restare a tutti i costi abbarbicati al proprio ruolo.

Non c'è infatti autentica preoccupazione per il bene comune che non nasca dalla volontà di ascoltare per prima cosa la 'realtà comune', di mettere in discussione le proprie logiche clientelari di potere, di riconoscere i propri errori e la positività del fatto che c'è qualcuno che te li fa notare.
Temo molto che si userà ancora lo slogan del bene comune per non accettare le proprie “morti” e non mettere in discussione la propria sopravvivenza al potere, preoccupati solo di trovare un altro che muoia al proprio posto per la nazione...
Luca Falciola

Gentile Luca, Lei ha detto molto meglio di me il concetto sotteso all'articolo pubblicato il giorno di Pasqua. Le sue sono parole che dovrebbero far riflettere profondamente chiunque cerchi - con i propri limiti e le proprie inevitabili cadute - di dare un contributo per la propria comunità. Grazie mille per la sua attenzione e la sua libertà.
Giuseppe Leonelli



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