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Pensiero unico e critiche marginalizzate, il (pessimo) caso modenese

Pensiero unico e critiche marginalizzate, il (pessimo) caso modenese

La critica in città non gode di diritto di cittadinanza. Una cappa di silenzio cade delicata su chi non fa parte del grande cerchio sedicente democratico


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Mentre in queste settimane in molte piazze risuona la parola d'ordine 'libertà', viene da chiedersi al di là delle vicende contingenti legate al Green Pass e alla gestione della pandemia, quale sia il concetto di libertà che la nostra città, Modena, esprime.
Per chi conosce minimamente qualche realtà diversa da quella modenese, resta l'impressione di vivere in un territorio dove la critica e il pensiero difforme godono di uno scarsissimo diritto di cittadinanza. A Modena esiste un rodato modello di governo ed esistono granitici e storici rapporti che legano il partito da sempre di maggioranza e i cosiddetti corpi intermedi. Associazioni di categoria, sindacati, salotti culturali, mondo del volontariato, enti di nomina pubblica (a partire dalle direzioni sanitarie per restare alla attualità) appaiono nodi di una medesima grande rete che tutto comprende, spesso guidati dalle medesime persone in un interscambio divenuto quasi naturale. Una grande rete che include quasi tutti i luoghi della socialità, fatta di polisportive e associazioni sportive finanche le feste dell'Unità, e che, inevitabilmente, esclude chi a questa maglia non appartiene.

Così il destino di chi non si allinea a un pensiero unico - che va dai macrotemi nazionali alle dinamiche locali - viene senza grossi scossoni e senza clamore, marginalizzato, se non calunniato.
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Una cappa di silenzio cade delicata come la neve su chi non fa parte del grande cerchio sedicente democratico. Una dinamica dalla quale non è immune nemmeno l'opposizione cittadina che appare di sovente e salvo alcune eccezioni, più impegnata in scontri interni e a ottenere una legittimazione da parte della maggioranza, piuttosto che costruire un reale modello alternativo autorevole e autonomo.
Eppure non è così ovunque. Ovviamente la tentazione di chi governa di imporre il proprio modello è comune, ma quasi mai questa spinta si concretizza in modo talmente radicato come nella nostra città, con il paradosso rappresentato da un vocabolario che si fa beffa della realtà. Modena aperta, inclusiva, sostenibile... ripete il sindaco quasi ritualmente, tratteggiando così un dipinto a colori invertiti, strumentalizzando feste nazionali e valori antifascisti che dovrebbero essere patrimonio comune e relegando nel cerchio dei 'non democratici' coloro che non aderiscono al modello dominante.

Ovviamente le conseguenze negative del 'pensiero unico' spacciato come plurale, non si limitano al piano dello scarso livello di democrazia interna, ma si traducono anche in storture evidenti descritte viceversa - in assenza di un minimo controcanto - come virtuosismi.
Si è costretti a vedere una amministrazione che si definisce green e professa il consumo zero di suolo mentre contemporaneamente realizza una nuova frazione da zero nelle campagne di Vaciglio. La stessa amministrazione che si vanta di promuovere una raccolta differenziata spinta e ospita uno dei principali poli italiani dell'incenerimento. Tutto questo per restare ai temi ambientali. Ma stesso discorso vale in ambito culturale (quali mostre di profilo nazionale ha ospitato Modena negli ultimi anni?), musicale (dopo il Vasco day, Modena cosa ha organizzato al di fuori del Radio Bruno estate?) o scolastico (con la Fondazione Cresciamo che ha cancellato un decennale modello di scuola dell'infanzia pubblica). Per non parlare dell'ipocrisia delle Feste dell'Unità accessibili senza Green Pass... Ma qui si torna al concetto di 'libertà' gridato nelle piazze. Un grido che si può condividere o meno, ma che a Modena risuona oggi come un allarme fuori tempo massimo.

Cinzia Franchini

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