Queste Regionali hanno infatti dimostrato che, nelle regioni storicamente rosse, per battere la destra non serve un cavaliere bianco in ray-ban e barba scolpita, come Bonaccini sognava di essere, ma basta un renziano come Giani o un Emiliano dato da tutti come in declino.
Basta un candidato normale e i cittadini che hanno sempre votato a sinistra rispondono presenti al richiamo della foresta e al solito ululato anti fascista. Il territorio, caratterizzato da rapporti di forza ben definiti a da tempo intrecciati, segue la corrente e non si lascia suggestionare dalle sirene di un cambiamento che appare ancora come un salto nel buio. La destra, insomma, si batte senza tanti clamori e senza racconti epici. Non servono eroi. La destra si batte perchè nella rossa Emilia e in Toscana non c'è storia.
Ma la paura (vera o costruita a tavolino non importa) stavolta c'è stata e Zingaretti, proprio in virtù di questa narrazione, esce vincitore. Vincitore sulla Lega e su Fratelli d'Italia certo, ma vincitore anche su coloro che all'interno del Pd ne attendevano con malcelata speranza uno scivolone.
In questo senso Stefano Bonaccini che negli ultimi giorni di campagna elettorale le ha provate tutte per differenziarsi da Zingaretti, dall'attaccare i 5 Stelle sul reddito di cittadinanza all'aprire a Renzi e Bersani, esce sconfitto.
Il Pd dopo il voto di oggi non avrà alcun new deal bonacciniano e resterà saldamente nelle mani del mite e sudato fratello di Montalbano. Un non-leader che si ostina a usare il 'Noi' al posto dell''Io' e a mantenere il look anonimo di un impiegato di banca. Perchè in fondo il popolo Pd, tra democristiani d'annata ed ex comunisti da pugno sinistro alzato, preferisce il profilo basso, il segretario della porta accanto, alla costruzione in laboratorio (o sarebbe meglio dire in camerino) di un uomo sedicente forte.
Giuseppe Leonelli



