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Rifiuti, il circolo virtuoso che in Emilia-Romagna è diventato vizioso

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L'obiettivo di una gestione circolare è naufragato nell'abuso degli inceneritori che fa il business dei gestori senza vantaggi (e tanti danni) per i cittadini


Rifiuti, il circolo virtuoso che in Emilia-Romagna è diventato vizioso

Purtroppo, ancora una volta, la discussione generata dallo smaltimento, negli inceneritori dell'Emilia-Romagna, dei rifiuti provenienti dalle Regioni in emergenza rifiuti (oggi è il Lazio con Roma Capitale e ieri era la Liguria con le sue 18.000 tonnellate incenerite soprattutto nell'impianto di via Cavazza, a Modena), rischia di perdere di vista quello rimane il nodo della questione.  Legato non all'uso, bensì a quello che è stato l'abuso degli inceneritori stessi che, soprattutto a Modena, da elemento in grado di garantire l'autosufficienza provinciale, e semmai della rete regionale, nello smaltimento, all'interno di un sistema che come specificato nel piano regionale dei rifiuti aveva i suoi punti cardine nella riduzione dei rifiuti prodotti, nell'aumento della differenziata, nel riciclo, e quindi nella riduzione anche dei rifiuti inceneriti (con diretti vantaggi in termini di ritorno anche economico per i cittadini), si è trasformato in ben altro.

Cerchiamo di andare per ordine: La produzione totale di rifiuti urbani in Emilia-Romagna nel 2015 (a cui si riferisce l'ultimo report sulla gestione dei rifiuti su dati Arpae), è stata di 2.962.076 tonnellate, corrispondente ad una produzione pro capite di 665 kg/ab. In aumento dell'1,2% su scala regionale rispetto al 2014 ed in costante aumento dal 2012. A Modena e provincia la produzione annuale di rifiuti urbani è stata di 454.000 tonnellate, con una produzione di 647 kg pro-capite. In sintesi, più rifiuti prodotti, anziché meno.

Un dato non proprio brillante per una Regione che ha posto nel proprio piano regionale (approvato nel maggio 2016 sulla base dei dati del 2015), 'obiettivi ambiziosi' come quello di ridurre la produzione dei rifiuti del 20-25%. Che con la tendenza attuale, addirittura inversa, sarà difficile da raggiungere.

Obiettivo per ora fallito, anche in termini di tendenza, dal quale ne deriva un altro: aumentando la produzione di rifiuti, contestualmente aumentano (e qui sta il secondo obiettivo fallito, quello relativo ai vantaggi economici per i cittadini), anche i costi per la gestione dei rifiuti (che comprende raccolta e smaltimento) che vanno a gravare direttamente sui cittadini stessi. In un sistema ben poco virtuoso, chiuso e di fatto monopolistico, dove anche gli organismi regolatori delle tariffe, come Atersir, agiscono di fatto a senso unico.  Imponendo senza contraddittorio e senza trasparenza, le tariffe, obbliganfo gli stessi comuni soci a presentare costosi ricorsi al Tar soltanto per fare valere diritti di base, come quello alla trasparenza nella determinazione delle tariffe. Tradotto, per conoscere quanto paghiamo e per cosa. Nel 2015, in regione, il costo per il servizio di gestione dei rifiuti, spalmato tra i vari gestori della regione, ammonta a  764 milioni di Euro. Circa 115 milioni di euro per la sola provincia di Modena che fanno un costo, sulla testa (o meglio sulle spalle) di ogni cittadino, di 259 euro.

E tutto ciò nonostante lo sforzo (non premiato) dei cittadini, grazie ai quali gli amministratori, ed i gestori, possono oggi vantare dati della differenziata in aumento. Dati che in una logica circolare avrebbero dovuto ridurre e non aumentare il ricorso all'inceneritore, come invece oggi avviene in modo sempre più massiccio. Dati che, fino ad ora, non si sono inoltre tradotti in alcun vantaggio per i cittadini più virtuosi.
E questo anche quando i vantaggi sono addirittura previsti da protocolli che, come nel caso di un comune come quello di Modena che ospita il mega-inceneritore da 240.000 tonnellate (quasi il doppio doppio dell'autosufficienza provinciale), prevedono un indennizzo ambientale. Proprio a compensazione dell'impatto ambientale generato dall'inceneritore. Indennizzo, anche in questo caso, vanificato, in termini di vantaggi economici per i cittadini, a causa delle scelte del Comune di Modena dal rigirare di fatto ad Hera (che già guadagna abbondantemente sia dall'incenerimento dei rifiuti sia dalla produzione di energia elettrica dagli stessi), in termini di interventi di mitigazione ambientale, buona parte dei proventi dell'indennizzo.  E si parla di più di un milione di euro.


Senza considerare che un altro obiettivo, di quel sistema circolare che ancora oggi il Presidente Bonaccini e l'Assessore Gazzolo raccontano, è fallito: quello della termovalorizzazione degli inceneritori. Perché negli obiettivi originari e alla base della creazione dell'inceneritore modenese (che non a caso oggi continuiamo a chiamare inceneritore), c'erano ben altri presupposti ed obiettivi. Definiti da un lato dall'autosufficienza provinciale nello smaltimento, oggi fissata a 180.000 tonnellate ma che in un sistema davvero circolare doveva calare e non aumentare, come invece è accaduto, fino alle 240.000 tonnellate attuali (che garantiscono la possibilità di fare business non solo grazie ma necessariamente con rifiuti di altre regioni che già qui arrivano al di la dell'emergenza romana), e,  dall'altro, quello di trasformare l'energia prodotta dalla combustione in riscaldamento per edifici civili. Il cosiddetto teleriscaldamento.
Ricordiamo che l'inceneritore di Modena doveva riscaldare centinaia di appartamenti dai nuovi comparti dell'ex mercato bestiame passando per la Madonnina e Modena Ovest, evitando l'installazione e le emissioni di circa 10.000 caldaia singole. Funzione e progetti, quelli appunto legati al teleriscaldamento, rimasti sulla carta. Al punto che oggi il calore prodotto dalla combustione genera solo vapore acqueo per fare girare una turbina con cui Hera produce energia, venduta direttamente al gestore, introitando altri soldi. Senza che nessun euro di questo ulteriore guadagno generato da una combustione che produce emissioni scaricate direttamente sul territorio modenese, venga reindirizzato ai cittadini, anche in termini di sgravi. 

E in questa prospettiva anche il problema, pur importante, relativo alle 5000 tonnellate in più da bruciare a Modena provenienti da Roma, asssume un altro, e purtroppo minore, peso. Perché Modena già brucia ogni anno, e da anni,  decine di migliaia di tonnellate provenienti da altre regioni. E il poterne aggiungerne altre 5000 non è simbolo di un sistema che funziona, ma di un sistema che non funziona, perché ha perso di vista i propri obiettivi fondanti, basati prioritariamente (anche se ormai sembra diventato idealista dirlo), sugli interessi della collettività e della salute pubblica. Che oggi appaiono inceneriti, così come i rifiuti, nella grande bocca di fuoco di via Cavazza e nelle casse sempre più piene, dei gestori. Che di circolare potrebbero avere solo gli assegni.

Gianni Galeotti 



Redazione La Pressa
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