Di fronte ai risultati della commissione tecnica chiamata ad indagare sulle cause della rottura dell'argine del Panaro, la Regione, attraverso il suo ufficio stampa, fornisce una lettura di quanto illustrato dal Presidente della commissione il docente del Politecnico di Milano Giovanni Menduni che sembrerebbe escludere, chiarite le cause, qualsiasi tipo di responsabilità che un domani, proprio sulla base di quella relazione, potrebbe essere contestata.
“È verosimile- ha spiegato Menduni nell'audizione alla commissione ambiente della regione - che le disomogeneità della struttura dell'argine, insieme ad una cavità, probabilmente una tana di animali relitta all’interno, abbiano permesso all’acqua di penetrare – tecnicamente punzonare l’argine - fino a determinarne il crollo, ma si conferma che il dissesto non è avvenuto per ragioni di sormonto o di mancata manutenzione'. A questo punto verrebbe da chiedere, ma quale manutenzione, visto che della reale struttura e capacità di tenuta di quell'argine non si conosceva nulla? Un quesito che riprenderemo
Tornando alla rottura dell'argine, questo non fu provocato dalla tracimazione dell'acqua (il fiume, come già più volte e da subito evidenziato non è stratipato), ma da una falla che, stando sempre al resoconto tecnico, si sarebbe creata quando il livello del fiume, in quel punto (siamo a poche centinaia di metri a nord del vecchio ponte di Navicello), era ancora sotto di circa un metro e mezzo dalla sommita dell'argine. Insomma, ad un livello di teorica sicurezza, anche grazie all'azione delle casse di espansione fatte funzionare, quel giorno, per lasciare scorrere a valle della diga non più di 530 metri cubi di acqua al secondo, soglia necessaria per mantenere il livello dell'acqua, a valle, verso nord, verso la pianura, con un margine franco di sicurezza rispetto anche al livello più basso degli argini.
Insomma, se le casse di espansione (al di là del dibattito sul mancato utilizzo della cassa secondaria), hanno funzionato, ciò che forse non ha funzionato, ed è emerso indirettamente come altra faccia della puntuale relazione dei tecnici, è lo stato di debolezza e vulnerabilità dell'argine collassato, ma soprattutto l'inconsapevolezza e la mancata conoscenza di quello stato da parte di chi di dovere.
Dalla testimonianza dei tecnici, rispetto al lavoro di analisi e di ricostruzione della dinamica del collasso, emerge invece chiaramente che nonostante quel tratto di argine fosse già stato oggetto (come documentato da La Pressa e confermato dal prof. Menduni), di diverse rotture storiche (ultima nel 2014 nel giorno della rottura del Secchia, quando una falla venne bloccata in extremis), non era stato oggetto di specifiche osservazioni, o ispezioni.
Perchè sono proprio queste che hanno consentito, in questi anni, per esempio in molti tratti arginali del Secchia, di effettuare, dopo il 2014, ispezioni sulla loro composizione e sul fondo su cui poggiano.
Analisi preliminari e propedeutiche ad un loro adeguamento, ad una messa in sicurezza. In sostanza, ad una manutenzione strutturale. Analisi che avrebbe consentito, nel caso in cui fossero state eseguite anche nel tratto del Panaro collassato il 6 dicembre, già interessato da rotture storiche che dovevano generare un campanello di allarme, di valutarne la composizione e la reale stabilità interna.
Analisi che non a caso sono state messe in campo le scorse settimane dagli stessi tecnici componenti della commissione di indagine anche attraverso analisi geotecniche e geofisiche tra cui sondaggi a carotaggio continuo, con
Le indagini hanno appurato dopo e non prima tale strutura arginale e hanno permesso di evidenziare le debolezze di quell'argine e le cause del collasso, a partire dal ruolo del materiale eterogeneo, risalente a fine Ottocento, utilizzato nella costruzione dell’argine, al cui interno si sono rinvenuti mattoni, laterizi e porzioni di conglomerato di calce; individuate anche ceppaie riconducibili ad un infestante particolarmente diffuso in zona, l’Arundo donax, rimaste dentro il corpo arginale in seguito alle attività di taglio e rimozione definitiva svolte tra 2012 e 2014. Ceppaie probabilmente decomposte che hanno favorito il passaggio lento (percolazione) delle acque. Alle quali aggiungere la possibilità di tane occulte di animali fossori, alla luce di alcuni rinvenimenti osservati in prossimità del collasso.
Un collasso che ha generato, in quella mattina del 6 dicembre, una frattura nell'argine capace di fare uscire milioni di metri cubi di acqua in direzione Nonantola. Per ore, dalle ore 6 alle ore 15 circa, orario in cui venne posizionato il primo masso ciclopico per la riparazione del fronte che con il passare delle ore si era allargato raggiungendo i 70 metri. Un punto scomodo, quello del lungo periodo intercorso tra il collasso dell'argine e l'avvio dell'intervento di riparazione e chiusura, e sul quale nessuno dei tecnici e tantomeno l'assessore ha fatto riferimento.
Gi.Ga.




