Hanno insegnato, formato studenti, garantito lezioni e continuità alla scuola pubblica. Ma per lo Stato erano rimasti professionisti appesi a un contratto a termine, rinnovato anno dopo anno. Ora il conto è arrivato in tribunale. E non è simbolico. Il Giudice del Lavoro del Tribunale di Modena negli ultimi 12 mesi ha condannato il Ministero dell’Istruzione a risarcire sei docenti modenesi di religione per un totale di 131.930 euro, oltre a interessi e rivalutazione. Il risarcimento record è spettato ad un docente che prese servizio nell’anno scolastico 2001/2002, rimasto precario per 23 anni. A lui lo Stato dovrà erogare 42.730 euro.
“Alla base dei provvedimenti c’è un principio semplice: non si possono usare contratti a termine per coprire per anni esigenze stabili della scuola. La normativa europea impone agli Stati misure effettive contro l’abuso strutturale del lavoro a tempo determinato; qui il superamento dei 36 mesi di servizio e la reiterazione della precarietà per anni e anni, sono stati riconosciuti e sanzionati”, attacca Carmelo Randazzo, segretario generale di Cisl Scuola Emilia Centrale, il sindacato che ha garantito assistenza tecnica e legale ai docenti.
Per il sindacato questo è solo all’inizio. Il contenzioso si sta allargando rapidamente al personale Ata e ai docenti precari di ogni materia.
A questo proposito, Randazzo fornisce ai docenti i requisiti fondamentali per affrontare e vincere il ricorso. Primo: il docente precario deve aver superato i 36 mesi di servizio (anche non continuativi) su posti vacanti e disponibili (organico di fatto o di diritto). I contratti devono essere stati stipulati con scadenza al 31 agosto (su organico di diritto) o al 30 giugno (su organico di fatto, purché nello stesso istituto).
Nel caso degli Ata, invece, in tutte le province dell’Emilia-Romagna Cisl Scuola ha promosso un ricorso pilota che sta raccogliendo pre adesioni notevoli. Anche a Modena si sfiorano (già ora) le 200 unità. “Numeri enormi, che raccontano i sacrifici di una generazione di lavoratori. Il precariato non può essere la normalità e i tribunali non possono essere l’unica risposta”, assicura Randazzo.
Tutto ciò rimanda ad una domanda, inevitabile: quando il Ministero perde ripetutamente in giudizio, non siamo davanti a episodi isolati ma a un problema strutturale, certificato dalle sentenze. “E allora dove sta la ratio? Perché un lavoratore deve andare davanti a un giudice per ottenere ciò che l’Amministrazione dovrebbe garantire? Il paradosso è evidente: lo Stato continua a spendere denaro pubblico in risarcimenti, interessi e spese legali invece di affrontare il precariato alla radice.


.jpg)
