La prima delibera, di cui ci occupiamo qui, riguarda 6 operatori assicurativi e cooperative sanitarie private, tra cui Caspie (quest'ultima divisa in due rami), Generali Welion, Consorzio Mu.Sa., Previmedical e Allianz. Obiettivo, l’erogazione di prestazioni sanitarie a pagamento in favore degli assistiti delle controparti, con l’impiego di medici e specialisti in regime di libera professione intramoenia. Un meccanismo che conviene anche all'Azienda Ausl, in termini economici. In virtù di queste convenzioni vengono previsti ricavi per 900.000 euro (di cui 500.00 euro di specialistica ambulatoriale e 400.000 euro di degenza ospedaliera), costi stimati in 720.000 euro, che con conti spannometrici porterebbero a 180.000 euro di margine per l'azienda pubblica.
L’AUSL specifica inoltre di trattenere il 5% del compenso del professionista, come quota aziendale da convenzione assicurativa, il 10% delle prestazioni in convenzione per la copertura dei costi diretti e indiretti di produzione. In sostanza l'azienda non incassa l’intero importo delle prestazioni, ma una quota ridotta, mentre il grosso dei compensi resta in capo al professionista in intramoenia, con l’azienda che svolge il ruolo di abilitatore contrattuale e gestore dell’accordo economico.
Il nodo politico-sanitario che vede da un lato una sanità che vorrebbe o racconta di continuare garantire prestazioni universali al di là del portafoglio degli utenti e nei fatti sostiene un meccanismo che crea percorsi privilegiati diretti (con l'intramoenia classico ovvero con possibilità di visite a pagamento all'interno dell'azienda con strutture e personale dell'azienda) e indiretti (attraverso l'intermediazione di soggetti assicurativi privati che utilizzano le strutture pubbliche), per chi ha maggiori possibilità economiche, è evidente. Ed è esattamente ciò che gli slogan politici del governo regionale e locale della sanità pubblica dicono di contrastare.
E' così, pur considerando che le prestazioni derivanti da assicurazioni vengono erogate fuori dall’attività istituzionale, in regime libero-professionale e a pagamento, su richiesta di soggetti privati che acquistano salute per i propri assistiti.
E qui sta il paradosso: i muri, i macchinari, i professionisti, l’organizzazione, il rischio d’impresa restano pubblici, ma la capacità di acquisto della prestazione si concentra nel privato (casse sanitarie, assicurazioni, cooperative, consorzi). L’AUSL non privatizza sé stessa, ma privatizza sempre più le prestazioni che eroga. La sanità resta pubblica nel patrimonio ma nei servizi offerta diventa sempre più privata. Sempre più infrastruttura del privato assicurato, mentre il cittadino non è nelle condizioni di pagare né direttamente la prestazione o l'assicurazione resta in canale ordinario, spesso enormemente più lento.
Gi.Ga.

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