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Odissea ospedale di Baggiovara: lasciato due giorni col gesso pieno di urina

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Il drammatico racconto di una mamma. Soltanto la minaccia di informare il sindaco ha portato dopo 36 ore a risolvere il problema


Odissea ospedale di Baggiovara: lasciato due giorni col gesso pieno di urina


Egregio Direttore,
in tempi di sfoggio delle eccellenze dei nostri territori ho dovuto, mio malgrado, fare un bagno di realtà nella sanità modenese.
Mio figlio, un uomo di 42 anni viene investito da un'autovettura nel tardo pomeriggio del 10 luglio. Cade al suolo, batte il capo e riporta la rottura della tibia sinistra. Che abbia battuto la testa lo evidenzia un grosso livido dietro l'orecchio sinistro e la storia che continuo a raccontare. Viene trasportato al pronto soccorso di Baggiovara dove, dopo aver ingessato l'arto fratturato, viene disposto il suo  ricovero in osservazione presso il reparto di ortopedia dove rimarrà  sino al venerdì successivo . Nel frattempo, il ragazzo cambia atteggiamento sino a non determinare più i suoi comportamenti in base al contesto.


Mio marito, arrivato a  Baggiovara intorno alle 11  di venerdì 12 luglio per riaccompagnarlo a casa perché doveva essere dimesso, si accorge dei suoi  comportamenti diversi dal solito  e della sua strana aggressività e li riporta ai sanitari.
Viene richiesta  una Tac  che diventa urgente solo nel pomeriggio all'arrivo di una neurologa che constata che il ragazzo ha la febbre alta. La tac deve essere fatta in sedazione tanta era l'agitazione del mio ragazzo. I risultati della Tac riportano la presenza di due grossi ematomi che interessano la parte frontale del cranio. Viene disposto l'immediato trasferimento in terapia intensiva dove mio figlio rimane 4 giorni per poi essere trasferito al reparto di neurochirurgia in osservazione, dopo che i sanitari avevano ritenuto non necessario un intervento chirurgico. La degenza presso quel reparto si è rivelata per lui e per noi familiari un vero incubo. Mi sono trovata moltissime volte a dover instaurare un corpo a corpo con mio figlio, agitatissimo, non in se eppure tanto forte da riuscire più volte ad alzarsi dal letto e rischiare di cadere al suolo vista anche la frattura all'arto inferiore sinistro. Le chiamate agli infermieri sono state numerose eppure la situazione non è mai cambiata. Mio malgrado,  con il cuore pieno di sensi di colpa e lacerato a vedergli togliere la libertà di muoversi prima di allontanarmi dal reparto per riprendere un po' di forze per il giorno successivo (c'era da scegliere il male minore),  ho acconsentito che mio figlio potesse essere contenuto durante la notte. Nonostante ciò, mio figlio, alle 5.30 di domenica è riuscito ad alzarsi dal letto e a conquistare il corridoio in assoluta autonomia e senza che nessuno se ne accorgesse. Quella giornata ho creduto fosse la più complicata ma non avevo ancora visto niente. Era talmente agitato che ho dovuto, durante il pomeriggio, chiamare rinforzi a casa perché da sola non riuscivo a gestirlo nella latitanza di infermieri e medici. Il medico di guardia è passato solo nel pomeriggio su mia richiesta, per confermarmi  che gli atteggiamenti del giovane  erano compatibili con la fase acuta del suo stato di salute dovuta ai traumi riportati. Ebbene? Nulla è cambiato. Il lunedì ho parlato immediatamente con una delle dottoresse presenti che soltanto alle mie rimostranze ha deciso di cambiare terapia. Nel frattempo il gesso della gamba sinistra si era completamente imbibito di urina, probabilmente durante la notte, non certo quando noi familiari eravamo presenti. Ho più volte fatto presente al personale paramedico la necessità che il gesso venisse sostituito perché  poco igienico ed anche maleodorante. L'infermiera tutta indispettita mi diceva di parlare con i medici ed infatti ho fatto così. Lo stesso dottore diceva di attivare la richiesta di sostituzione del gesso per gli stessi motivi che io facevo presente ed evidenziava anche la possibilità che la pelle sottostante si potesse infettare. Questo succedeva la mattina di lunedì. Mi veniva riferito, che stanti le urgenze dell'ortopedia non era possibile provvedere in giornata  ma che si metteva in nota per la prima mattinata di martedì. Martedì  mattina il gesso puzzolente era ancora al suo posto. Intorno alle 14 comincio ad agitarmi e chiedo notizie. Mi si riferisce che si è chiamato l'ortopedico ma siccome è solo uno in tutto l'Ospedale di Baggiovara arriverà quando può. Intorno alle 16 torno alla carica con gli infermieri che mi dicono queste testuali parole ' ma come, il medico non gliel'ha detto? Oggi non è possibile farlo e la sostituzione è stata rimandata a domani'. Ho conquistato lo studio medico, con mio figlio in seggetta, con intenzione di occuparlo ad oltranza sino a quando la situazione antigienica e il disagio del paziente fosse risolto. La giovane dottoressa presente mi diceva che non poteva farci niente e che non era colpa sua se gli ortopedici non erano disponibili. Soltanto  la minaccia di notiziare  il sindaco quale massima autorità sanitaria in città della situazione pregiudizievole per la salute e l'igiene pubblica presente nel reparto di primissima fama di neurochirurgia dell'Ospedale Civile Sant'Agostino Estense che alle ore 18 la situazione veniva risolta
Naturalmente ho presentato formale reclamo alla URP dell' azienda ospedaliera per  tutti i disguidi occorsi ed oggi finalmente mio figlio ha cambiato reparto. Nuovi medici, nuovi infermieri, umanità diversa e una dottoressa sempre presente. Ho lasciato anche un po' prima l'Ospedale con uno spirito diverso. Nell'atrio luminoso circolare ho alzato gli occhi al cielo e il mio sguardo si è posato su una delle cartellonistiche di rappresentazione dei vari Festival della Filosofia che si sono svolti in città, esattamente quello del 2010 il cui tema era 'la fortuna', chissà! Forse abbiamo anche avuto fortuna!
Lettera firmata

Ringraziamo la nostra lettrice per questa testimonianza drammatica e per il racconto dell'odissea vissuta dal figlio all'ospedale di Baggiovara, tempio di quella che dovrebbe essere l'eccellenza sanitaria italiana. Una eccellenza che spesso (purtroppo) emerge come tale perchè tanti pazienti per una serie infinita di motivi, comprensibili e giustificabili, preferiscono non raccontare le disavventure vissute in un momento delicato e difficile della vita come il ricovero in ospedale. Ma le eccellenze non vivono di omertà e per questo la lettera firmata di questa nostra lettrice (della quale ovviamente la redazione conserva il nome nel rispetto della privacy del paziente ancora ricoverato) assume un valore due volte positivo. Semplicemente grazie, dunque, per questo racconto che offriamo integrale ai lettori de La Pressa. In attesa di una risposta della direzione sanitaria.
Giuseppe Leonelli


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