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Sanità pubblica: il futuro nelle case della comunità. E si ripensa alle mutue

Sanità pubblica: il futuro nelle case della comunità. E si ripensa alle mutue

Oggi la presentazione del Rapporto Sussidiarietà e… salute dell'omonima Fondazione. A La Pressa rispondono Giorgio Vittadini, Mattia Altini e Massimo Fabi


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La sanità pubblica italiana è arrivata a un punto di svolta. È il messaggio che emerge con chiarezza dalla presentazione del Rapporto Sussidiarietà e… salute della Fondazione per la Sussidiarietà, un documento che fotografa le criticità del sistema e indica le linee di intervento per non perdere definitivamente il carattere universalistico che ha segnato la storia del Servizio sanitario nazionale.

La presentazione del Rapporto ha offerto l’occasione per tornare sulle criticità che attraversano oggi la sanità pubblica, in particolare in Emilia‑Romagna, dove cresce la quota di cittadini che si rivolge al privato: circa il 40% utilizza già una forma di assicurazione sanitaria integrativa. È un segnale di un sistema che rischia di perdere progressivamente il proprio baricentro universalistico, creando differenze di accesso anche rispetto al portafoglio a disposizione, mentre le strutture territoriali finanziate con il PNRR, le Case della Comunità, fulcro di quello che potrebbe e secondo la programmazione politica il futuro della sanità territoriale, potrebbero rimanere scatole vuote, perché prive del personale necessario per funzionare.

Nel confronto con Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, abbiamo approfondito questi nodi. Vittadini ha sottolineato come la rinuncia alle cure non sia uguale per tutti: colpisce maggiormente chi ha redditi bassi, chi ha meno istruzione, chi vive ai margini.
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Per questo, ha spiegato, è indispensabile una presa in carico integrata che coinvolga medici di famiglia, specialisti, servizi territoriali, ospedali e famiglie. Le Case della Comunità, nella sua visione, dovrebbero diventare il luogo dove il sistema sanitario dialoga con comuni e terzo settore, costruendo una regia condivisa capace di rispondere ai bisogni reali dei cittadini. Ma senza medici e infermieri, restano strutture vuote: gli infermieri guadagnano in media 1.300 euro, i medici di famiglia lavorano in un modello poco attrattivo, e la fuga verso il privato continua.

Alla domanda su come tali criticità potrebbero essere superate e su quali indirizzi agire, Vittadini ha risposto che il ritorno ad un modello mutualistico potrebbe essere una strada per evitare che l’integrazione sanitaria venga assorbita dalle assicurazioni private. Le mutue, ha spiegato, non hanno finalità di lucro e potrebbero favorire forme cooperative tra medici e infermieri, superando l’individualismo della medicina generale, di base, e offrendo ai cittadini reti di professionisti capaci di garantire prossimità e continuità.

Sul fronte istituzionale, l’assessore regionale alla Sanità Fabi ha confermato, rispondendo alle nostre domande, che il rischio di avere Case della Comunità “scatole vuote” esiste, soprattutto nelle regioni che non hanno una tradizione consolidata di strutture territoriali.
In Emilia‑Romagna, ha ricordato, le 143 Case della Salute già attive sono state trasformate in Case della Comunità, anticipando di fatto la missione del PNRR. Questo patrimonio, costruito negli ultimi vent’anni, permette oggi di non partire da zero. Tuttavia, anche qui la carenza di professionisti resta un problema decisivo: servono operatori di sanità pubblica, in particolare infermieri e professioni sanitarie, perché il cuore della presa in carico territoriale è proprio la loro presenza stabile e qualificata.
Fabi ha richiamato il recente accordo integrativo regionale con la medicina generale, che punta a garantire continuità h12 e h24 e a spostare sul territorio una parte delle attività che oggi finiscono negli ospedali.

Un concetto richiamato anche dal Direttore Generale dell'Ausl di Modena Mattia Altini: 'L’obiettivo è rendere le cure più vicine, più rapide e più sostenibili, evitando accessi impropri alle strutture di terzo livello. È un passaggio cruciale per alleggerire gli ospedali e per costruire un sistema capace di rispondere alla crescente domanda di assistenza territoriale.
Gli utenti si fermano nella prossimità prima di andare al Pronto soccorso, e questo è il segno che il territorio funziona quando è presente, riconoscibile e accessibile.
Vogliamo costruire un sistema sanitario che intercetti i bisogni prima che diventino emergenze, e che restituisca fiducia nella sanità pubblica come luogo primario di cura.
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Nato a Modena nel 1969, svolge la professione di giornalista dal 1995. E’ stato direttore di Telemodena, giornalista radiofonico (Modena Radio City, corrispondente Radio 24) e consigliere Corecom (C...   

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