Liliana Ferrari ha l’attenzione sulle responsabilità dirette del Comune e degli enti locali. Al centro del suo intervento non tanto la carenza di forze di polizia, quanto la mancata applicazione di regole che già esistono. Regolamenti di polizia urbana, norme sul decoro, sull’uso degli spazi pubblici, sui controlli amministrativi: strumenti che, secondo il comitato, restano spesso lettera morta con gravi conseguenze, perché è dal degrado e dalle condizioni che creano pericolo e disagi dei cittadini che genera l'insicurezza.
Ferrari ha portato esempi concreti, a partire dall’area del Parco XXII Aprile, nei pressi della quale abita, e della zona stazione ferroviaria, descrivendo una quotidianità segnata da alcol diffuso, schiamazzi notturni, aggressioni, spaccio e atti di vandalismo. Situazioni che, a suo avviso, sono state aggravate da scelte politiche non ponderate, come l’apertura di strutture a bassa soglia in contesti già fragili, senza valutarne l’impatto sul territorio e sui residenti. Una “sciatteria delle élite”, l’ha definita, che ignora il “dopo” delle decisioni. Esempio su tutti, al centro di numerose polemiche, istanze e incontri diretti con gli assessori ai servizi sociali e sicurezza, Francesca Maletti e Alessandra Caporota, il Drop-In per l'assistenza a bassa soglia dei tossicodipendenti aperto in via Benessi, che avrebbe aumentato la presenza di tossicodipendenti su tutto l'asse urbano fino all'R-Nord, al Parco XXII aprile e stazione dei treni, già cuore dello spaccio di sostanze stupefacenti in città.
Il punto chiave resta appunto quello delle responsabilità, su questo piano, dell'Amministrazione Comunale: 'Ha competenze precise in materia di sicurezza amministrativa e ordine pubblico locale, dalla vigilanza sui pubblici esercizi alla mappatura degli immobili abbandonati, fino al presidio del territorio tramite la polizia locale. Competenze che, se esercitate con continuità, potrebbero prevenire il degrado prima che diventi emergenza di sicurezza. 'Non è vero che la sicurezza è solo dello Stato', ha ribadito Ferrari, chiedendo un ruolo più attivo dell’amministrazione comunale anche nei tavoli istituzionali con prefetto e questore.
Sul versante delle forze dell’ordine, l’ispettore di polizia ha inserito il tema modenese in un quadro nazionale. 'Il problema degli organici, spesso evocato, oggi è meno drammatico rispetto al passato', anche perché a differenza di quanto solo annunciato in passato, da altri governi e politici, oggi più personale è arrivato davvero, ma senza certezza della pena e strumenti efficaci di deterrenza ogni sforzo rischia di essere vano.
Particolare attenzione è stata dedicata al fenomeno dei cosiddetti “maranza”, termine che l’ispettore ha contestato apertamente. Chiamarli così, secondo lui, significa legittimarli e trasformarli in una categoria quasi identitaria. 'Sono delinquenti, anche se minori e da delinquenti vanno trattati. Compiono aggressioni, rapine e risse che mettono in difficoltà famiglie e cittadini comuni. Come li dobbiamo chiamare?. Purtroppo riusciamo o possiamo fare poco in termini di legge. Tra i pochi strumenti che abbiamo c'è il DASPO urbano e delle “zone rosse”, nate da operazioni ad alto impatto decise in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Ma anche questi strumenti funzionano solo se accompagnati da una presenza costante sul territorio e da un sistema giudiziario che non svuoti di significato il lavoro delle forze dell’ordine'. Oggetto di perplessità le riforme recenti, dalla sospensione condizionale della pena alla legge Cartabia, che – secondo il sindacato – hanno ridotto l’effetto deterrente delle sanzioni e aumentato la frustrazione di chi opera in divisa, 'spesso aggredito e poi costretto a difendersi in tribunale. E attenzione perchè quando passa il concetto che chi ha commesso un reato ti porta in tribunale allora passa il concetto che sei parte del problema'. In sostanza si legittima un concorso di colpa nei fatti anche da parte del rappresentante delle forze dell'ordine.
Gi.Ga.


