In epoca fascista, la famiglia bolognese dei Pincherle era stata dolorosamente colpita dalle leggi razziali: il padre di Mario, Maurizio, era stato espulso dall’ordine dei Medici e aveva dovuto lasciare l’insegnamento all’Università, mentre lo zio Leo, fisico del gruppo di via Panisperna, era stato costretto a fuggire a Londra. Chi rimase in Italia passò gli anni dal ’43 al ’45 da sfollato.
Finita la guerra, la vita per la famiglia Pincherle torna progressivamente alla normalità. Mario, come detto, venne nominato preside a Vignola e vi si trasferì con i figli Roberto, Maurizio e Marina (Ada doveva ancora nascere). Maurizio Pincherle, all’epoca era un bambino di prima elementare, ma oggi si ricorda ancora distintamente di quegli anni, soprattutto si ricorda della vita a Villa Martuzzi, di cui lui naturalmente ignorava all’epoca tutta la vicenda. Non sapeva che, negli ultimi giorni del 1944, le SS avevano torturato, seviziato e ucciso 17 persone, rastrellate tra le campagne di Guiglia e Valsamoggia, occultando poi i corpi in due fosse comuni che verranno poi scoperte, dopo un bombardamento aereo, nel marzo del 1945. Ebbene, Maurizio e il fratello Roberto dormivano proprio nella stanza delle torture. A un certo punto, dalla carta da parati, cominciò a emergere una chiazza, dapprima rosa e poi decisamente rossa che i genitori si affrettarono a liquidare come macchia di umidità e che, invece, altro non era che il sangue delle vittime di torture, come testimoniato dalla foto conservata ancora da Maurizio Pincherle.
Domani, dopo il saluto della sindaca di Vignola Emilia Muratori e della dirigente della Scuola primaria di secondo grado L.A.Muratori Brunella Maria Maugeri, la curatrice di memorie storiche Alessandra Maltoni dialogherà con Maurizio Pincherle per raccontare l’intera vicenda.



