Fatta questa premessa, è opportuno interrogarsi se l'elezione plebiscitaria rappresenti davvero un elemento positivo per la dinamica democratica interna a un'associazione, a un partito o a un sindacato. Nel contesto del grande tema della crisi della rappresentanza che ormai da lungo tempo questi enti stanno vivendo, credo che un capitolo importante meriti proprio la capacità di queste comunità di dar voce al pluralismo che vivono dentro alle proprie mura.
Come detto, non è in discussione la figura e le capacità della rieletta segretaria, ma quante probabilità realisticamente vi sono che all'interno di un grande sindacato, con tante anime, tante sensibilità e tanti carismi, 90 delegati su 91 decidano di unirsi su una visione unitaria? Davvero non vi era all'interno della Cisl una mozione difforme, capace di dialogare, interagire, arricchire il dibattito? Il tema è che questa uniformità rappresenta sempre più spesso una costante e il dibattito interno, anche aspro, viene vissuto dai vertici degli enti di rappresentanza come un momento di rischio, come una 'conta' fratricida.
Certo, gestire il pluralismo è complicato, ma il negarlo porta a un rischio peggiore: quello di un appiattimento e di una apertura a idee nuove e originali solo di facciata. Una sorta di democrazia 'instradata' che porta inevitabilmente anche a un mancanza di ossigeno rispetto alle proposte che poi il sindacato (così come qualsiasi altro ente) è chiamato a mettere in campo rispetto al proprio mandato, nei luoghi di lavoro e nei tavoli di mediazione istituzionali. Sappiamo tutti qual è il lavorio delle eminenze grigie in vista dei momenti assembleari; una attività che parte mesi in anticipo con la finalità di raggiungere l'obiettivo: l'elezione per acclamazione è il sogno dell'establishment, quella quasi bulgara una buona alternativa.
Cinzia Franchini

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