La Corte non si è fermata qui. Ha detto che l’operazione manca di una motivazione analitica, che la convenienza economica non è stata dimostrata, che le alternative non sono state esplorate. Ha parlato di carenza istruttoria, di contrasto con i principi di efficienza ed economicità. Ha ricordato il precedente di A2A – quello che il Consiglio di Stato stoppò proprio per mancanza di gara – spiegando che anche qui il meccanismo dell’aumento di capitale con conferimenti in natura non basta a eludere il principio della concorrenza. Tradotto: non basta la retorica dei sindaci e la pomposità dei pareri acquisiti per dire che si può fare: serve un fondamento giuridico e finanziario che evidentemente non c’è.
Eppure – e qui sta il paradosso del Tusp – i Comuni potrebbero andare avanti lo stesso (qui). Il parere della Corte non è strettamente vincolante: basta che i Consigli comunali approvino una nuova delibera motivata, che pubblichino le ragioni per cui si discostano dai rilievi e che si assumano in pieno la responsabilità della scelta. Tecnicamente la strada resta aperta. Politicamente e giuridicamente, però, diventa una mulattiera disseminata di trappole.
Perché chi procede contro un parere così severo si espone a ricorsi al Tar, a possibili rilievi comunitari, a responsabilità erariali per danno ai Comuni soci. Dirigenti e sindaci, assicurati, possono pensare di esporsi. Ma i consiglieri comunali?
La verità è che l’operazione Aimag–Hera è nata zoppa. Politicamente ingarbugliata, finanziariamente fragile, giuridicamente dubbia. Finché lo dicevano i comitati si sentivano gridolini di scherno. Ma ora lo certifica la Corte dei conti. E chi deciderà di tirare dritto dovrà avere il coraggio di spiegare ai cittadini che lo farà nonostante tutto – nonostante le regole, nonostante i rilievi, nonostante i rischi.
E non sarà leggero.
Magath


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