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Dagli auguri all’identità: il Natale come strumento politico

Dagli auguri all’identità: il Natale come strumento politico

Nel discorso della Vigilia, i simboli religiosi diventano veicolo di una narrazione nazionale che semplifica e divide


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l problema non è il presepe. Il problema è l’uso che se ne fa. Nel messaggio natalizio pronunciato alla Vigilia, Giorgia Meloni sceglie di rivolgersi “a tutti gli italiani” collocandosi davanti a un simbolo religioso elevato a perno dell’identità nazionale. Non una tradizione tra le tante, non un riferimento culturale contestualizzato, ma “il simbolo che più di tutti ci ricorda cosa sia il santo Natale”. Una scelta che segna subito il terreno: qui non si celebra soltanto una festa, si traccia un confine.
La retorica è calibrata con attenzione. Prima l’abbraccio universale — chi festeggia in famiglia, chi sta lavorando, chi è sereno, chi porta nel cuore una preoccupazione — poi il restringimento progressivo del campo. Il presepe “racconta una storia”, “custodisce dei valori”, “rende più profonde le radici”; rappresenta una nazione che conosce se stessa e che, proprio per questo, non deve temere il futuro. L’equazione è semplice e potente: identità uguale radici, radici uguale sicurezza. Tutto il resto resta sullo sfondo, non nominato, ma implicitamente secondario.
Il passaggio decisivo arriva quando valori universalmente condivisibili — dignità, responsabilità, rispetto della vita, attenzione ai fragili — vengono legati direttamente a quel simbolo. Non sono più valori in quanto tali, ma valori che quel simbolo racconterebbe in modo privilegiato.
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È una mossa retorica efficace: chi potrebbe contestare la dignità o la cura dei fragili? Nessuno. Ma associarli a un’unica tradizione significa appropriarsene, trasformarli in patrimonio esclusivo di una specifica narrazione identitaria.
A questo punto entra in scena l’avvertimento: quei valori non devono essere messi da parte “per moda o per timore”. Non viene indicato un colpevole, ma il bersaglio è facilmente riconoscibile. C’è sempre qualcuno — indefinito ma evocato — che vorrebbe cancellare, annacquare, rinnegare. È la classica figura del nemico implicito: non serve nominarlo, basta suggerirne l’esistenza. Il risultato è un clima di sospetto culturale, in cui difendere simboli diventa un dovere civico e metterli in discussione una colpa morale.
La frase “il presepe non impone nulla a nessuno” suona allora meno come una garanzia e più come una formula di salvaguardia. Perché se davvero non impone nulla, perché caricarlo di un valore identitario così totalizzante? Perché invitare gli italiani a essere “orgogliosi della propria identità” senza mai riconoscere esplicitamente che questo Paese è composto anche da identità plurime, convinzioni diverse, storie che non si riconoscono in quel simbolo?
Qui emerge la contraddizione di fondo. L’unità proclamata all’inizio del discorso si sfilaccia man mano che il messaggio procede.
L’inclusione iniziale lascia spazio a una gerarchia implicita: chi si riconosce in quei simboli e in quella lettura della tradizione è dentro; chi no resta ai margini, tollerato ma non realmente rappresentato.
Non siamo davanti a una semplice riflessione spirituale. Siamo davanti a un’operazione politica che utilizza il linguaggio della fede e della tradizione per rafforzare una visione identitaria della nazione. Una visione che si presenta come rassicurante, ma che in realtà semplifica e divide. Perché una comunità nazionale non si costruisce selezionando simboli “veri” da contrapporre a presunte derive “di moda”, ma riconoscendo la complessità del presente.
In questo discorso il presepe smette di essere un simbolo di pace e diventa uno strumento. Non per unire, ma per stabilire chi siamo “davvero”. E quando è il capo del governo a farlo, il problema non è il Natale. È l’idea di Paese che viene proposta sotto l’albero.
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