Il disciplinare di utilizzo delle sale di quartiere del Comune, infatti, dispone all’articolo 3 che “Al momento della presentazione della domanda i richiedenti devono sottoscrivere la condivisione dei valori sanciti dalla Costituzione e tra questi segnatamente il divieto di professare e/o praticare ideologie o comportamenti fascisti e razzisti”. Prescrizione che vale per la specifica occasione. Nulla dispone il regolamento riguardo la storia dei relatori né quanto abbiano sostenuto in passato né le loro intenzioni per il futuro.
Sostenere quindi, come si legge sul sito istituzionale del Comune, che “dopo la presentazione della domanda” sia emerso che 'il profilo di alcuni dei relatori non è sempre coerente con l’impegno sottoscritto a rispettare i valori sanciti dalla Costituzione e dalla Repubblica Italiana e, segnatamente, il divieto di professare e/o praticare ideologie e comportamenti fascisti e razzisti' non può essere di certo una motivazione per revocare la sala: il Comune non è un giudice né un censore e da nessuna parte sta scritto che le sale non possano essere affittate in base alle opinioni personali delle persone – né potrebbe essere altrimenti.
Ancora meno legittima, dal punto di vista regolamentare, pare l’affermazione secondo la quale “l’iniziativa si presta a diventare una manifestazione di aperto sostegno alla guerra d’invasione della Russia e quindi in contrasto con l’articolo 3 dello Statuto comunale che, invece, si pone come obiettivo la promozione della piena affermazione dei valori di giustizia, di libertà, di democrazia e di pace'. Sarebbe facile fare il paragone con il carro armato con la bandiera israeliana - quello sì patrocinato dal Comune - che non pare proprio uno strumento di pace. Nonché osservare la necessità di una revisione di uno statuto che ancora oggi fa riferimento, proprio allo stesso articolo, alla “maternità” e alla “paternità”, invece che alla “genitorialità”, nonché alla “persona handicappata”, vergognoso anglicismo giustamente in disuso da secoli.
Ma restando alle questioni tecniche, anche in questo caso viene fatto un processo alle intenzioni dei relatori e alle loro opinioni, che non è di certo una prerogativa dell’Amministrazione. Mentre a termini di regolamento il dirigente preposto alle assegnazioni, secondo l’articolo 10 del disciplinare, può solo escludere da assegnazioni successive i soggetti che avessero violato gli accordi, una volta violati, previa contestazione degli addebiti.
Per questo la scelta di andare verso una revoca, più che tecnica, pare politica. E allora è tutta da valutare la competenza del Sindaco e della Giunta Comunale in merito all’assegnazione e revoca delle sale pubbliche, scavalcando quartieri e dirigenti. Ma in ogni caso il problema politico non si porrà: perché anche FDI s’è prontamente pronunciata contro la concessione della sala – non tanto per le questioni legate al fascismo e al razzismo, stranamente, ma solo perché uno dei relatori una volta ha detto qualcosa di traverso alla Meloni.
Magath


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