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Il buco, il silenzio e il potere: così Modena archivia lo scandalo Fondazione

Il buco, il silenzio e il potere: così Modena archivia lo scandalo Fondazione

Bonifici illeciti per anni, controlli falliti nonostante il Modello 231 e nessuna responsabilità politica: a Modena lo scandalo non produce dimissioni


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In qualsiasi altra città, lo scandalo che ha investito la Fondazione di Modena – un ammanco che supera con certezza il milione di euro e che potrebbe arrivare a due – avrebbe già prodotto un esito inevitabile: le dimissioni dei vertici. Non tanto per una responsabilità penale diretta, che in questa vicenda viene, ancor prima che inizia il processo, interamente attribuita a un ex dipendente, rifugiatosi nella giustificazione della ludopatia. Ma per una responsabilità politica, gestionale e istituzionale che appare ormai impossibile da negare.
Perché qui non si parla di un episodio isolato o di un’azione improvvisa difficile da intercettare. Secondo quanto dichiarato dall’avvocato dell’ex dipendente, i prelievi illeciti sarebbero iniziati nel 2020. Quattro anni di bonifici tracciati, quattro anni di denaro che usciva regolarmente dai conti senza che nessuno se ne accorgesse. O, peggio, senza che nessuno controllasse davvero.
 

Fino alla metà dello scorso anno, nessun allarme. Nessuna segnalazione interna. Nessun sistema di controllo capace di individuare anomalie macroscopiche. Solo l’intervento della Guardia di Finanza, con i controlli avviati a luglio, ha fatto emergere una voragine che si allargava da anni sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto vigilare.
A ottobre si parlava di 850 mila euro.
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Poi, ancora una volta grazie alle dichiarazioni del legale dell’ex dipendente, è emerso che la cifra reale sarebbe molto più alta, circa il doppio. Denaro sottratto attraverso bonifici, quindi con operazioni pienamente tracciabili, non con meccanismi opachi o artifici sofisticati.
 

E qui si arriva al punto che rende questa vicenda ancora più grave. Perché la Fondazione di Modena applica da anni il modello organizzativo previsto dal D.Lgs. 231/2001. Un sistema che, almeno sulla carta, dovrebbe prevenire proprio questo tipo di comportamenti: flussi finanziari non autorizzati, carenze nei controlli, violazioni sistemiche delle procedure interne.
Se un ammanco di questa portata può maturare indisturbato per quattro anni all’interno di un ente dotato di modello 231, allora le ipotesi sono due. O il sistema di controllo non ha funzionato. O non è stato fatto funzionare. In entrambi i casi, il problema non è più solo il dipendente infedele, ma l’intera architettura di governance.
 

E invece, a sei mesi di distanza dai primi accertamenti, il presidente Matteo Tiezzi dichiara che non c’è ancora certezza sull’importo complessivo del denaro sparito. Un’affermazione che, di per sé, certifica il fallimento dei controlli interni e rende difficile credere che il quadro non potesse essere ricostruito molto prima.
 

Perché la Fondazione di Modena non è un soggetto privato qualunque.
È un ente il cui Consiglio di indirizzo è nominato in larghissima parte da soggetti pubblici. È la cassaforte della città, il salvadanaio da cui il Comune attinge con continuità per finanziare progetti, iniziative, welfare, cultura. Gestisce risorse che hanno un’origine chiara e una destinazione che dovrebbe essere altrettanto trasparente. E lo fa sotto la guida di un presidente che conosce perfettamente i meccanismi interni dell’ente. Matteo Tiezzi è stato presidente del Collegio dei Revisori della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena dal 2010 al 2015 e vicepresidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione di Modena dal 2019 al 2023, prima di assumerne la presidenza nel 2023.
 

In qualsiasi altra città, di fronte a un ammanco milionario maturato per anni, nonostante l’adozione di un modello 231, qualcuno avrebbe già fatto un passo indietro. Non per ammettere colpe personali, ma per assumersi una responsabilità politica e istituzionale.
A Modena no. Qui, dove la stessa area politica governa il potere cittadino da ottant’anni, si va avanti come se nulla fosse. Si tira dritto. Si prende tempo. Si confida che lo scandalo venga lentamente assorbito, che l’attenzione cali, che cada il solito velo di polvere e cenere. Quattro anni di bonifici illeciti. Un ammanco milionario.
Un modello 231 che, nei fatti, non ha impedito nulla. Un sistema di controllo che non ha funzionato.
 

Eppure, nessuna conseguenza politica. Perché a Modena il problema non è lo scandalo, ma l’abitudine allo scandalo. È l’idea che il potere non debba mai rispondere, che chi governa le istituzioni possa attraversare anche un buco milionario senza pagare alcun prezzo. È il riflesso di un sistema chiuso, autoreferenziale, impermeabile a ogni forma di responsabilità.
In qualsiasi altra città, la politica pretenderebbe spiegazioni. A Modena, la politica le evita.
Ed è per questo che qui non salta mai nessuno
Cinzia Franchini
Nella foto il presidente Tiezzi coi sindaci Muzzarelli e Mezzetti. Il Cdi della Fondazione è di larga nomina pubblica: 4 membri vengono designati dall'amministrazione comunale di Modena
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E' imprenditrice artigiana nel settore del trasporto di merci conto terzi ed è consulente per la sicurezza dei trasporti di merci pericolose ADR su strada. E' RSPP e si occupa di gestire tutte le att...   

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